4.8.18

Chi ha paura del preside elettivo?

Il concorso per Dirigenti Scolastici con la sua fase preselettiva basata su una batteria di quiz estremamente mnemonici e nozionistici ha riaperto le solite polemiche. Sicuramente non è un buon metodo, ma forse lo sarebbe la tradizionale prova scritta? davvero chi ha maggiori capacità di elaborazione di un tema può essere considerato un miglior dirigente? Di fronte a questi quesiti qualcuno ripropone l'idea del Preside elettivo (vedasi P. Almirante su Tecnica della Scuola).

La proposta non sarà presa in alcuna considerazione, questo lo sappiamo, però credo che ancor prima di esaminarne i pregi e i difetti ci si debba chiedere perché in Italia viene considerata un tabù di cui non è possibile neanche discutere, viene additata come baggianata o addirittura come un'oscenità. Sto usando i termini che si trovano nelle pubblicazioni che riguardano la questione. Cosa c'è dietro questo aprioristico rifiuto?

Eleggere il Preside o il Direttore di una scuola non è un baggianata e neanche un'oscenità perché lo fanno da sempre i docenti universitari che eleggono i Presidi di facoltà, eleggono i Direttori dei dipartimenti e anche i Rettori di ateneo. Il metodo democratico non è una baggianata e neanche un'oscenità perchè sono elettivi i Presidi delle scuole inglesi (ma anche nelle scuole tedesche la nomina richiede una doppia forma di controllo democratico), senza che ciò abbia mai costituito un problema o uno scandalo. L'elezione del Presidente è la regola più ovvia di qualunque comunità professionale. Perfino lo Sceriffo dei villaggi del Far West era una carica elettiva. Allora qual è l'origine dei nostri tabù? 


I diversi modelli organizzativi

I modelli organizzativi di tipo militare hanno una verticalizzazione gerarchica. La carriera consente di salire i gradi fino ad arrivare al vertice dimostrando ai superiori le proprie capacità di assolvere alle più elevate responsabilità e di saper esercitare il comando sui gradi inferiori. E' il vertice che promuove, non è la base che elegge.

Il modello piramidale si ritrova anche negli apparati amministrativi e nell'organizzazione aziendale. La scuola italiana è nata così. Un Ministero della Pubblica Istruzione istituisce le scuole nominando insegnanti, presidi e provveditori, ma la struttura dell'amministrazione scolastica presenta una evidente differenza rispetto a quella militare: nelle caserme sono tutti militari, dal soldato semplice fino al generale. Qualcuno può essere assegnato allo svolgimento di servizi ausiliari (il cuoco, l'autista, il furiere) ma resta sempre inquadrato nella gerarchia militare. A scuola no, non sono tutti insegnanti; negli ospedali no, non sono tutti medici; nei tribunali no, non sono tutti magistrati. In queste istituzioni si deve distinguere nettamente l'area professionale da quella amministrativa. Il portantino non si trova nella stessa carriera del medico; il cancelliere e l'ufficiale giudiziario non si trovano nella stessa carriera del giudice; a scuola l'applicato di segreteria non svolgerà mai attività didattica, non è un insegnante. In questi settori, a cui si potrebbe aggiungere anche l'esempio della stampa, la funzione principale è assegnata alle competenze personali del singolo medico, giudice, giornalista o insegnante. Gli altri svolgono una funzione di supporto, non curano, non giudicano, non producono informazione e non insegnano.

Gli apparati amministrativi sono organizzati secondo modelli di tipo militare o aziendale, quindi in essi può esservi una gerarchia di funzioni che invece non può esistere dove c'è una funzione professionale. Il medico, il giudice, il giornalista e anche l'insegnante devono assumere personalmente la responsabilità di curare, giudicare, informare o insegnare; l'assumono in pieno, ciò significa che potranno farsi consigliare dal collega più anziano o più esperto, ma ciascuno di loro resterà sempre l'unico responsabile di quel che fa; non può agire sotto gli ordini di un superiore, altrimenti si ridurrebbe ad essere un mero esecutore, non sarebbe più un professionista.

I professionisti abilitati

Personalità della prestazione, autonomia e responsabilità soggettiva. Questi sono i tre cardini della professione liberale. Ne consegue che l'abilitazione a svolgere una professione richiede sempre lunghi anni di studio e di formazione, richiede periodi di tirocinio e superamento di esami che devono verificare le effettive competenze acquisite. Ottenuta l'abilitazione si potrà (e si dovrà) svolgere la professione senza prendere ordini da nessuno e senza poter declinare le responsabilità connesse alle capacità professionali.

Per i professionisti non esiste alcuna possibile carriera: il medico farà il medico dal primo all'ultimo giorno di lavoro. Potrà avere più o meno successo, potrà ampliare o perdere la propria reputazione, in alcuni casi potrà anche trovarsi a collaborare con altri professionisti ed essere chiamato a coordinare un gruppo (è il caso del primario d'ospedale o del presidente di tribunale o del direttore di giornale) ma in nessun caso potrà avere un potere di tipo gerarchico sui colleghi che esercitano la medesima professione. Un medico non diventerà mai un caporale o un sergente o un generale della medicina. L'unico elemento che potrà conferire un maggior prestigio è l'abilitazione ad insegnare la medicina oltre che a praticarla. Il Prof. è solitamente valutato più del Dott. Ma neanche questa differenza genera un rapporto di supremazia gerarchica. Il Primario, il Presidente della Corte o il Direttore del giornale va sempre considerato (al pari di un Rettore o di un Preside di scuola) come  primus inter pares.

L'esigenza organizzativa del coordinamento

Libertà e parità possono generare disgregazione. Le istituzioni hanno bisogno di coordinare l'attività dei professionisti che operano al loro interno ed è necessario chiedersi chi può scegliere il coordinatore. Le soluzioni possibili sono due: potranno farlo gli stessi professionisti, in base ad un principio di democrazia che è strettamente connesso alla condizione di parità conferita dalla medesima abilitazione, oppure potrà esserci un'autorità esterna. Non si esclude la possibilità di un metodo misto: nomina convalidata democraticamente o elezione sottoposta ad un placet dell'autorità superiore.
Quando si tratta di strutture private la scuola, l'ospedale, il giornale o la corte avranno un "padrone" che potrà scegliere la persona a cui affidare la direzione. Se il padrone è lo Stato, a scegliere sarà il governo, ma come? Il governo democratico può scegliere a proprio arbitrio, lasciando piena discrezionalità a un ministro o un sovraintendente oppure dovrà attenersi a rigide procedure concorsuali? In Italia è sempre un concorso a selezionare i primari d'ospedale, i presidenti delle corti e sembra normale che ci sia un concorso anche per i dirigenti delle scuole. Nel giornalismo però c'è una differenza che può insegnarci molto.

Il principio di separazione dei poteri

Se il governo potesse nominare i direttori dei giornali e dei telegiornali molti griderebbero allo scandalo perché attraverso quelle nomine si potrebbe verificare una lesione del principio di indipendenza dell'informazione. Nel caso dei giudici il problema si risolve assegnando il potere di nomina al CSM, cioè all'autogoverno della magistratura. La stampa, che notoriamente rappresenta il quarto potere, non ha un organo indipendente di autogoverno. Spesso i giornali hanno un editore che esercita poteri padronali ed accade anche che le maggioranze politiche vogliano esercitare un potere padronale sulla RAI. Non basta un concorso per assicurare una vera indipendenza dei direttori e per dare al paese una stampa libera, occorre assicurare una libertà di espressione al singolo giornalista sottraendolo alle logiche gerarchiche.
Il direttore del giornale può coordinare ma non può imporre la propria visione. Questa dev'essere la regola. I direttori devono agire come "primus inter pares" e devono rispettare l'autonomia dei singoli giornalisti, che altrimenti non assumerebbero alcuna responsabilità rispetto alle informazioni che danno. Identica argomentazione va usata anche per la magistratura che deve restare nel suo insieme pienamente indipendente dal potere governativo e che non può essere gerarchizzata al proprio interno altrimenti la separazione dei poteri potrebbe essere puramente formale.

L'ordinamento liberal-democratico si fonda sulla separazione dei poteri, quindi deve rispettare l'indipendenza e la terzietà dei giudici, l'indipendenza e la libertà di stampa e non meno la libertà di insegnamento per i docenti. La pretesa di interferire mediante nomine governative dei reggenti urta la sensibilità democratico-liberale. Ed è importante precisare che le prerogative spettano al singolo professionista e non alla corporazione nel suo insieme, altrimenti si scade nel regime di tipo corporativo. Solo per i medici non si porrebbe alcun problema di carattere politico, ma che senso potrebbe avere la nomina politica dei direttori di cliniche o dei primari d'ospedale? Esiste quindi anche una opportunità di ordine tecnico a fondare il principio di indipendenza degli ordini professionali.

Tutto questo ci consente di capire che l'eleggibilità del Preside non è una questione confinata alla organizzazione interna delle scuole, ma è parte di un tema più ampio. Riguarda la visione politica e la salvaguardia dei principi di democrazia liberale.

Democrazia liberale e regimi autoritari

La cultura liberale borghese ha inventato la figura del libero professionista che si confronta su un piano di parità all'interno del collegio professionale. Nella visione liberale la pluralità e l'autonomia degli ordini sono valori fondanti e la libera elezione del presidente di qualunque ordine professionale (ivi comprese le camere di commercio) ne è l'espressione più visibile.  Sono i regimi con tendenze autoritarie a respingere la visione liberale facendo prevalere le esigenze di controllo preventivo e costruendo gabbie gerarchiche.
La gerarchia, come abbiamo già visto, si giustifica solo nei sitemi di tipo militare o aziendale, indubbiamente offre vantaggi di carattere organizzativo, ma in un ambito di comunità professionale deve prevalere il principio di autonomia e di responsabilità del singolo professionista.
Purtroppo in questi ultimi decenni abbiamo assistito a un attacco nei confronti di tutte le professioni liberali. Viene messa in discussione sia l'indipendenza dei giudici (a partire da presunte esigenze di responsabilizzazione o di efficienza), sia la libertà di stampa (a partire da presunte lesioni di privacy). Nelle strutture sanitarie si è affermata la nomina politica dei dirigenti nonostante i diversi scandali che questo metodo ha causato. Nelle scuole siamo passati dalla figura del Preside, che era un primus inter pares tra i docenti all'attuale figura burocratica del Dirigente Scolastico soggetto a direttive ministeriali e anche a valutazioni di efficienza.

Il principio di efficienza/produttività è mutuato dall'economia aziendale, ma corrisponde a una logica che potrebbe essere molto dannosa per le istituzioni che hanno finalità diverse dalla produzione di beni e di servizi. Le istituzioni devono rispondere ad esigenze generali della collettività (giustizia, sanità, istruzione, informazione) e non possono soggiacere al principio della soddisfazione del cliente. 

Un inciso: quanto più la scuola decade e l'ignoranza si diffonde, tanto più le esigenze di controllo e di ordine si faranno sentire, perciò la scuola è sempre la prima vittima delle strategie politiche di matrice autoritaria. La libertà di insegnamento delle scuole e dentro le scuole è sempre vista come un pericolo. In Italia perfino l'angolino di Hide Park dove chiunque può salire su uno scranno e dire quel che vuole sarebbe visto come una minaccia all'ordine costituito. 

I regimi totalitari non tollerano alcun pluralismo e pertanto non possono concedere una reale autonomia agli ordini professionali senza mettere a rischio insieme alla visione ideologica totalizzante anche la propria autorità. Nelle accademie il fascismo imponeva il giuramento di fedeltà ai docenti e il comunismo imponeva la dottrina Lysenko. Ecco perché dobbiamo andare nella liberale Inghilterra per trovare la libera elezione dei Presidi.
La Costituzione repubblicana del 1948 ha sancito in Italia il principio di libertà di insegnamento (l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento), di libertà di stampa e di indipendenza della magistratura. E dobbiamo risalire allo spirito libertario degli anni settanta per ritrovare le proposte di turnazione dei magistrati nelle funzioni di coordinamento degli uffici giudiziari e le proposte di abolizione dell'albo dei giornalisti. Proposte mai attuate e ormai praticamente archiviate, ma è da quelle che dobbiamo ripartire per fare vere riforme.

L'elegibilità del preside

Se l'ideologia neoliberista attualmente dominante avesse un carattere politicamente liberale dovrebbe proporci l'elezione del Preside come soluzione ovvia e naturale, al pari dell'elezione del Presidente del Tribunale e del Direttore di una testata giornalistica. Purtroppo non è così.

Nelle scuole l'eleggibilità del Preside presenterebbe evidenti vantaggi:
- un miglior equilibrio nei rapporti interni alla scuola;
- eliminazione dei concorsi con tutto lo strascico di ricorsi e sanatorie;
- eliminazione delle reggenze;
- eliminazione degli accorpamenti tra scuole diverse per conseguire risparmi;
- guida della scuola affidata a un leader riconosciuto e legittimato dall'elezione;
- certezza di un capo che conosce tutto e tutti perché appartiene alla comunità scolastica;
- responsabilizzazione del Dirigente rispetto alla comunità scolastica che lo elegge;
- riduzione delle prevaricazioni e degli atteggiamenti caporaleschi;
- risparmio ottenibile retribuendo la funzione con una semplice indennità aggiuntiva.
A fronte di tanti vantaggi non si vede alcuna controindicazione. 
La proposta del Preside elettivo è sostenuta da sempre sia dalla Gilda degli Insegnanti, sia dalla Associazione Nazionale Docenti e nel 2013 era contenuta in due proposte di legge presentate da parlamentari del PD e dell'IDV. Si trova anche tra le proposte del sindacato Unicobas.
 

Per la CGIL è una baggianata

Sul sito della CGIL c'è un articolo di Eugenio Tibaldi che considera la proposta di Preside elettivo come una baggianata:
"c’è bisogno di una figura super partes che abbia l’autorevolezza di sanzionare, se occorre, i comportamenti scorretti degli insegnanti".
E' la visione gerarchica di stampo militaresco che ormai s'è impadronita della CGIL? 

No, a scuola non c'è alcun bisogno di avere un caporale che impartisce comandi e punizioni. Quello che serve è una buona selezione per l'accesso alla professione e per garantire un alto profilo della funzione docente.
La scuola non è un campo di lavoro coatto, non è una caserma, è una comunità professionale e in qualunque ordine professionale le eventuali infrazioni al codice deontologico sono sottoposte al giudizio di apposite commissioni disciplinari che devono necessariamente avere composizione collegiale e legittimazione democratica. E' sempre stato così, anche alla CGIL lo sanno, dunque perché questo non dovrebbe essere valido anche per i docenti che sono professionisti laureati ed abilitati al pari delle altre professioni liberali? Perché i sindacati di una finta sinistra insistono a parlare dei docenti come "operatori scolastici" da sottoporre ad una disciplina da caserma? Perché molte forze politiche vorrebbero introdurre una "carriera dei docenti" col rischio di formalizzare una sorta di gerarchia? Perché stanno emergendo preoccupanti tendenze al controllo (obbligo di adeguamento agli standard definiti dal ministero) e perfino a un implicito giuramento di fedeltà (vedasi i casi di licenziamento per infedeltà).

La risposta mi sembra evidente: in Italia manca una cultura liberale.

L'insegnamento dei principi costituzionali, più volte aggrediti da scellerati tentativi di contro-riforma, potrebbe aiutarci a diffondere una coscienza civica e uno spirito democratico, ma le ultime riforme degli ordinamenti scolastici hanno quasi abolito l'insegnamento delle discipline giuridiche ed economiche e hanno ridotto le ore di storia depotenziandole a geo-storia. Tuttavia il pericolo maggiore non è quello dell'attacco frontale o di un possibile ritorno a un regime di matrice fascista. Il pericolo oggi si cela nella tecnocrazia.

L'azienda-scuola (non) ha bisogno di managment

L'altro fiero oppositore del Preside elettivo è Enrico Maranzana che ha definito la proposta un'oscenità. Maranzana è un aziendalista e da aziendalista ci fa notare che la scienza dell'organizzazione (ovviamente quella aziendale) impone una distinzione di ruoli.  L'azienda infatti non è democratica.

La posizione di Maranzana è sicuramente antidemocratica, ma ha una sua ragion d'essere. Gli insegnanti italiani non sono più riconoscibili come membri di un'ordine professionale. Tra retribuzioni da miseria e reclutamenti poco selettivi la professionalità traballa e soprattutto non c'è consapevolezza di svolgere una funzione professionale. Purtroppo oggi troppi insegnanti si sono impiegatizzati, si sono reclusi nella routine, si sentono operatori con orario di servizio.

Nell'ordine dei medici o in quello degli avvocati nessuno si sognerebbe di applicare criteri di organizzazione aziendale. Invece la tentazione è ben presente tra docenti avviliti, annoiati o intimoriti. Si fa prima a intrupparli in una organizzazione da ufficio che a ricondurli verso una dimensione condivisa da professionisti liberi ed autorevoli.

Tuttavia a mio avviso il problema non si risolve accelerando il processo di impiegatizzazione e iniettando nella comunità scolastica i modelli organizzativi copiati dalle aziende come putroppo vorrebero fare alcuni esponenti del sedicente "partito democratico". Sarebbe una scelta anti-costituzionale. Piero Calamendrei ci direbbe che senza una libera scuola non ci sarebbe più la possibilità di formare i liberi cittadini protagonisti della democrazia.

Inoltre temo che a Maranzana sia sfuggito il dettaglio che a me sembra importante: l'aziendalizzazione delle scuole è solo una finzione, sta nel linguaggio, nella retorica fasulla, non sta nella realtà.

Tra la visione liberale e la strategia ordo-liberista

E' chiaro che il Preside elettivo all'interno di una scuola intesa come comunità professionale presuppone una capacità di accettare un'impostazione di carattere liberale. Tale impostazione appariva inconciliabile con l'apparato autoritario dell'epoca gentililana e appare ancora oggi inconciliabile col nuovo autoritarismo tecnocratico, ma ovviamente il modello aziendale è una mera finzione, serve soltanto a veicolare dentro la scuola una struttura gerarchica che annulla la libertà di insegnamento. La scuola non è, e non può essere, un'azienda. Se lo fosse dovrebbe adeguare i suoi servizi alle richieste della clientela e così la comunità rinuncerebbe al compito di formare le nuove generazioni, in pratica si voterebbe al suicidio.

Se viene consentito alle singole scuole di erogare il servizio richiesto dagli utenti si mette a rischio la trasmissione dei valori fondanti della comunità. Avremo la scuola cattolica separata da quella islamica o da quella laica; forse avremo perfino la scuola che si adegua ai valori dell'onorata società per offrire un miglior servizio ai figli dei mafiosi. Vent'anni fa Umberto Eco lanciò un monito anche alla Chiesa Cattolica che stava sostenendo insieme ad un malinteso principio di sussidiarietà la sostanziale liquefazione del sistema scolastico italiano.

Il disegno ideologico che sta conducendo verso una prospettiva falsamente liberale ed orientata alla liquefazione di tutte la strutture sociali (in questo le analisi condotte da Zigmunt Bauman sono illuminanti) riesce a generare una totale confusione tra principi liberali fondati sui diritti della persona e libero mercato, il quale, se lasciato veramente libero, trova in sé stesso anche la convenienza a ripristinare forme di schiavitù (qualcuno ormai lo ammette). L'aziendalismo non è democratico e non è liberale. Usa come testa d'ariete i criteri apparentemente neutrali di produttività, efficienza, controllo, valutazione, merito, coesione, ecc. In assenza di una forte resistenza politica queste categorie, che attraverso l'operato delle lobbies stanno entrando nella legislazione, distruggono i cardini liberali su cui si fonda il sistema dei diritti e delle responsabilità personali.

Rinforzare il senso di fedeltà e di obbedienza significa riprodurre un sistema rigido e dogmatico assolutamente incompatibile con la libertà dell'arte e della scienza. Sta accadendo nelle aziende private o privatizzate dove il licenziamento d'opinione ha ormai cancellato sia il diritto al lavoro, sia la libertà di parola, ma ancor più grave sarebbe se le libertà personali venissero negate perfino nelle istituzioni che formano il cittadino o quelle che poi gli devono garantire la giustizia, la salute e l'informazione.

Un bando per Dirigenti Scolastici già allineati alla strategia illiberale 

Nel bando dell'ultimo concorso per diventare Dirigente Scolastico è visibile l'intento di operare una selezione basata sulla fedeltà ideologica, infatti laddove vengono elencate le aree tematiche sulle quali si svolgerà il concorso è segnata al primo posto la conoscenza della "normativa riferita al sistema educativo di istruzione  e di formazione e agli ordinamenti degli studi in Italia con particolare attenzione ai processi di riforma in atto".

Mi sembra quasi superfluo far notare che un Dirigente non è un collaboratore politico di eventuali riforme proposte da partiti o da lobbies; il Dirigente dovrebbe solo dimostrare la conoscenza delle norme vigenti e ovviamente dovrà poi attenersi alle eventuali innovazioni normative. Perché invece gli è richiesta una particolare "attenzione" ai processi di riforma in atto? cioè le contestatissime strategie di finta aziendalizzazione di cui abbiamo appena detto? Se quei processi non sono ancora compiuti non hanno ancora valore di legge, rientrano nel campo delle libere opinioni, ma come verrebbe considerato in sede di esame il candidato che volesse manifestare una visione critica rispetto ad alcuni orientamenti che ispirano le più recenti riforme? Non gli verrebbe addebitata una scarsa "attenzione" o una scarsa "comprensione" dei meravigliosi processi in atto? Non c'è l'ombra di Lysenko nella scrittura di questo discutibile bando? il primo che non concede ai candidati una scelta della regione in cui concorrere?

L'elezione come argine democratico

Una scuola autonoma avrebbe bisogno di dirigenti dotati di una leadership riconosciuta e della capacità di mettersi in sintonia con le esigenze della comunità scolastica e del territorio (due elementi che sarebbero ben garantiti dal sistema elettivo) invece un regime politico che intende imporre cambiamenti contrari al sentire comune dei diretti interessati, non solo rifiuterà il metodo elettivo, ma effettuerà una selezione politica di obbedienza al regime volta ad individuare coloro che condividono l'orientamento delle riforme in atto, cioè quelle già attuate (benché molto contestate) e quelle ancora da attuare a prescindere dai possibili rovesciamenti della maggioranza politica in Parlamento. Le scelte contarie al principio di democrazia vanno sempre ad ostacolare l'esercizio della democrazia.

Il conto delle teste, base di ogni vera democrazia, non è garanzia di qualità, il Preside elettivo potrebbe non essere il migliore, ma l'errore di chi lo ha eletto potrebbe essere sanato all'elezione successiva. Il conto delle teste non è un buon metodo, ma come diceva Winston Churchill qualunque altro sistema sarebbe peggio. Oggi, di fronte ad una lenta corrosione dei cardini liberali di una società aperta e democratica, il sistema elettivo si porrebbe come argine alla deriva autoritaria.

La propaganda occulta della stampa allineata

Infine va segnalato che nonostante le forti critiche provenienti da ogni parte riguardo all'attuale modalità di reclutamento dei dirigenti (macchinoso, costoso, nozionistico, permeabile a interferenze politiche e clientelari, ecc.) c'è una stampa di settore che continua a fare barricate contro l'idea del Preside elettivo. Per fare solo un esempio Orizzonte Scuola affronta l'argomento elencando le tre opinioni fortemente contrarie di cui abbiamo già visto (per Eugenio Tibaldi sarebbe una baggianata; per Enrico Maranzana una proposta oscena; per Francesca Puglisi una proposta da respingere al pari di un tabù). A fronte di tali opinioni si cita solo la proposta della Gilda precisando però che comunque sarebbe limitata ad affiancare un Presidente eletto nel Collegio Docenti all'attuale Dirigente, lasciando così intatto l'impianto aziendale e gerarchizzato. E' una grave mistificazione perché la Gilda non ha rinunciato a sostenera la validità del sistema elettivo presente in altri Stati e in tutti gli ordini professionali, ma di fatto ora ci troviamo in una situazione fortemente compromessa dallo smantellamento dei Provveditorati. Senza una struttura amministrativa guidata da una figura con alte competenze tecniche il ritorno al vecchio Preside comporterebbe dei rischio connessi ad un possibile vuoto di comptetenze burocratiche. Di questo la Gilda è consapevole e non intende fare proposte che possano portare a conseguenze negative, perciò il compromesso potrebbe essere quello di avere una doppia figura di Preside eletto dal collegio docenti e di Dirigente dell'apparato amministrativo, in analogia a quello che esiste negli uffici giudiziari (Magistrato Presidente e Cancelliere Dirigente) o nelle strutture sanitaria (Direttore Sanitario e Direttore amministrativo), però è assolutamente falso e fuorviante attribuire alla Gilda la volntà di salvaguardare l'impianto aziendale e gerarchizzato, cioè il vero grande pericolo che incombe sulle scuole. Così si contribuisce alla disinformazione e alla costruzione del tabù.