“Apprendere questa bruttissima notizia è stato devastante… hai subìto troppe ingiustizie e ora c’è solo un senso di profonda tristezza, vuoto e impotenza che lasci nelle persone che ti hanno conosciuto … eri un ottimo insegnante ma soprattutto una bellissima persona. Spero tu possa trovare la serenità e la pace che ti hanno tolto”.
“Ciao Professore. Chi ti ha conosciuto ricorderà la tua gentilezza, la tua apparente spensieratezza e la tua bontà d’animo. Sei stato vittima di persone piccole e rancorose, di un sistema moralista e ipocrita, di una giustizia ingiusta, fortissima con i deboli e debolissima con i forti. Ti hanno tolto quanto di più caro e bello avevi al mondo: il tuo lavoro e i tuoi studenti. Ti hanno licenziato per qualche stupido post su Facebook, probabilmente troppo acceso e colorito. Ma si può perdere il lavoro per così poco in un Paese che perdona, reintegra e recupera i peggiori delinquenti?”
“Il Professore De Prà è stato messo alla gogna per un banale commento satirico sui social (...). Purtroppo dopo molto tempo la sua causa è stata impugnata e inesorabilmente è stato messo alla porta. Un male interiore silente si è poi svegliato e lo ha portato alla fine”
Sono tre note di cordoglio per la morte di un professore di matematica di 59 anni, già noto alle cronache per essere stato licenziato per un delitto di lesa maestà.
Secondo una leggenda urbana, di quelle che è quasi impossibile smentire, gli statali a posto fisso non sarebbero licenziabili, men che meno se sono professori di ruolo. Noi sappiamo che il licenziamento c'è e che spesso colpisce ingiustamente, ma la storia del professor Vittorio De Prà, vicepreside dell'Istituto Carlo Barletti, è tristissima e s'è conclusa nel peggiore dei modi.
Aveva commesso una sciocchezza il professore: aveva un profilo Facebook. Un vero azzardo. Sui social il linguaggio non è mai normale, ci si espone, non c'è nessun rispetto, si scivola facilmente nei malintesi e gli insulti sono abituali, accanto alle volgarità.
Il reato di ingiuria è stato depenalizzato, ma i rischi restano. Così, nel pieno della pandemia, quando alunni e insegnanti erano rinchiusi nei lockdown e alle prese con la DaD, molte tensioni andavano a sfogarsi sui social. E' accaduto anche a lui: il professor De Prà ha preso di mira un ministro, il ministro della scuola. L'ha fatto con due battute di pessimo gusto. Nella prima ha scritto che l'appartenenza ad un certo partito è peggio del prostituirsi. Forse l'insulto era rivolto al partito più che alla persona, ma era particolarmente sgradevole perché rivolto a una donna. Poi ha preso una frase della ministra e gli è bastato evocare l'esuberante femminilità di Moana Pozzi per trasformare quella frase in un osceno doppiosenso. Scherzi piuttosto pesanti, sicuramente suscettibili di sanzione disciplinare. Ma con lui è stata usata la sanzione massima:il licenziamento. Buttato fuori dopo una vita passata nella scuola. Buttato fuori nonostante la stima dei colleghi, degli studenti che ora lo piangono e dei genitori. La scuola ha preferito perdere un bravo e stimato docente pur di riaffermare col massimo rigore il principio di autorità.
Tante erano in quei giorni le critiche che piovevano addosso a Lucia Azzolina, sia per le sue scelte, sia per il suo modo di apparire. Dalle critiche si passava alle allusioni sessiste e al linguaggio d'odio. Insulti che talvolta provenivano anche da insegnanti, ma per molti non c'è stata la gogna, però il professor De Prà era esposto anche politicamente, era stato assessore e vicesindaco. Le sue frasi non sono passate inosservate e non c'è libertà di espressione che tenga.
Quando accadde, nei corridoi del tribunale di Milano, che un giovane riconobbe Silvio Berlusconi e gli urlò: "Fatti processare buffone! Rispetta la legge!" fu denunciato e giustamente assolto. Era una critica politica, benché espressa in modo molto colorito.
L'epiteto buffone, opportunamente contestualizzato, perde la sua carica lesiva e va comunque inserito nell'ambito della critica politica, che si esprime con toni anche aspri e sgradevoli. La Corte di Cassazione (Sent. 4 maggio-7 giugno 2006, n. 19509) in quell'occasione ha affermato:
- che la libertà di espressione non vale solo per le informazioni e le idee recepite favorevolmente, ma anche per quelle che indignano ed offendono;
- che se si tratta di un uomo politico, che è un personaggio pubblico, i limiti alla protezione della reputazione si estendono ulteriormente, nel senso che il diritto alla tutela della reputazione deve essere ragionevolmente bilanciato con l'utilità della libera discussione delle questioni politiche;
- che se l'espressione idiota può essere offensiva dal punto di vista obiettivo, è anche vero che essa appare proporzionata all'indignazione suscitata dallo stesso ricorrente.
Tutte queste considerazioni però sembrano non valere nei riguardi degli insegnanti. Se a parlare è una maestra offesa e indignata, o un professore stressato dalle costrizioni subite durante la pandemia allora c'è il licenziamento.
Dicono che questo maggior rigore sia imposto dal carattere della professione: gli educatori devono essere modelli di vita e da loro ci si aspetta un comportamento irreprensibile anche fuori dalla scuola, anche sui social. Sempre: 24 ore su 24, 7 giorni alla settimana, 12 mesi l'anno. Ma poi, quando si tratta di definire le retribuzioni, comincia la cantilena delle 18 ore e delle vacanze lunghe e così le paghe diventano bassissime. Nessuno considera che non ci sono vacanze o riposi per chi è permanentemente sotto controllo.
Licenziare un professore che si avvicina alla sessantina (quindi non ha ancora maturato un diritto alla pensione ma è troppo tardi per riciclarsi in altre carriere) equivale ad una sorta di ergastolo: una condanna che lo segnerà in modo umiliante e definitivo.
No, io non credo che tanto rigore sia motivato dal dovere di essere di buon esempio. E' solo un pretesto. La vera motivazione è un'altra: gli insegnanti devono essere per i loro allievi modelli di obbedienza, di sottomissione all'autorità.
Nessuno licenzierà il professore che usa abitualmente un linguaggio volgare o scurrile, nessuno caccerà dalla scuola gli insegnanti incapaci. Solo i casi di insubordinazione vengono duramente repressi perché si vuole che la scuola non sia un luogo dove si possa vivere e apprendere la libertà.
