Per fortuna io sono un docente già stagionato e non devo percorrere quel calvario, ma sono stato chiamato a fare da tutor per una collega di nuova nomina, che qualcuno potrebbe immaginare come una neolaureata che si avvicina per la prima volta a una cattedra, errore, i neoimmessi in ruolo sono generalmente professori che insegnano già da dieci anni, talvolta anche venti, hanno già percorso un calvario di corsi abilitanti, siss, graduatorie, nomine, supplenze, ecc. Adesso che sono giunti al traguardo dell'assunzione si trovano a dover compilare le schede della piattaforma Invalsi e seguire le indicazioni per scrivere corpose relazioni infarcite di moduli e unità didattiche, cioè qualcosa che "potrebbe ricordare la pratica in uso nei regimi comunisti di far redigere a ogni militante sospetto di qualche infrazione un rapporto minuzioso, il più minuzioso possibile, circa il proprio operato".
Vi lascio alle parole di Galli della Loggia:
Ma il Miur non è la Ghepeù naturalmente. È
una benevola istituzione democratica che si preoccupa anzi di fornire
all’indagato — non si tratta forse di un’indagine? — le Linee Guida per
compilare il suddetto «Bilancio di Competenze». Siamo così informati che
le «competenze» di cui si tratta si raggruppano in tre «Aree»
(Didattica, Organizzazione, Professionalità), ognuna delle quali si
articola a sua volta in «Ambiti di competenze», «a loro volta scanditi
in Descrittori» (non è chiaro di
che cosa si tratti: si dice solo con un certo orgoglio che lungi
dall’essere stati tirati fuori da un cappello a cilindro, sono «derivati
dalla letteratura nazionale e internazionale») . Al termine di questa
odissea redazionale il Bilancio sarà finalmente inserito in un
«portfolio formativo» che consentirà di «precisare gli elementi sui
quali far convergere l’attenzione del tutor e del neo- assunto nella
fase Peer to peer nella elaborazione del portfolio stesso». Chiarissimo, no?
Per il docente neo-assunto inizia a questo punto,
tra gergalismi criptici e vuote ridondanze verbali (anche bizzarri
neologismi: che cosa sarà ad esempio «l’agito» su cui si è invitati a
riflettere? «quanto è stato fatto»? ) il calvario delle domande. Per
quanto riguarda la didattica, l’indagato «ritiene di avere una
conoscenza dell’epistemologia disciplinare adeguata a sostenere le sue
scelte didattiche?», «ha una visione olistica delle competenze da
sviluppare?», è abbastanza informato «per elaborare un piano personale
che favorisca l’inclusione?». Il neo-assunto va messo con le spalle al
muro: «ritiene di riuscire a proporre attività nelle quali gli allievi
diventino protagonisti di processi di ricerca per costruire conoscenze
e/o risolvere problemi?», «ritiene di avere un’adeguata conoscenza delle
tecniche e degli strumenti per proporre una valutazione che potenzi le
capacità di ciascuno allievo di progettare e monitorare il proprio
apprendimento?»(mi chiedo come possa qualcuno «progettare il proprio
apprendimento» non sapendo, come ogni studente immagino non sappia, che
cosa dovrà apprendere: ma lasciamo perdere).
Non è facile, come si vede, fare l’insegnante in Italia.
Bisogna ad esempio «progettare e gestire situazioni nelle quali gli
allievi siano impegnati nel costruire conoscenza attraverso processi
collaborativi e cooperativi, anche svolgendo attività d’insegnamento
reciproco»; oppure «attivare situazioni didattiche che presentino sfide
di conoscenza, o di produzione, o di risoluzione di problemi», e
ovviamente «gestire la condivisione con/tra gli allievi per stabilire
regole condivise o per prendere decisioni relative al funzionamento
scolastico» ( mi sembra notevole il «gestire la condivisione per
stabilire regole condivise»).
Poi naturalmente c’è «la partecipazione». Ritiene
ad esempio il neo-assunto «di avere chiarezza sul concetto di
inclusione e sulle sue implicazioni in termini di progettazione
collegiale?», eh? lo ritiene? E come la mettiamo con la capacità di
«innescare ed avvalersi di attività di peer review e peer learning tra
colleghi»? Non pretenderà mica di fare tutto da solo, si spera!
Risponda allora: «ritieni di sapere partecipare produttivamente
all’elaborazione di progetti di gruppo che tenessero conto ( sic!
“tengano” era forse meglio) delle posizioni individuali per giungere a
soluzioni collettivamente accettate?». Bisogna sapere infatti che da
molto tempo la bestia nera del Miur è l’individualismo. Tutto, infatti,
deve essere sempre pensato, organizzato, progettato, collettivamente,
insieme a qualcun altro, colleghi, organi, genitori, asl, e chi più ne
ha più ne metta. Così come tutto deve sempre essere «partecipato»:
l’ideologia della scuola italiana è una sorta di permanente soviet
casareccio, di consiliarismo «de noantri».
Le cui parole d’ordine, «coinvolgimento» e «riunioni»,
sono martellate infinite volte in questo documento. «Ritieni di saper
attuare strategie di coinvolgimento dei genitori nella vita della
scuola?» inquisiscono ad esempio le Linee Guida. «Contribuisci —
incalzano — alla gestione delle relazioni con i diversi interlocutori
(parascolastici, di quartiere, associazioni di genitori, insegnamenti di
lingua e cultura d’origine)?». Il tutto ovviamente — come dubitarne? — a
maggior gloria della democrazia, per «contribuire al superamento di
pregiudizi e discriminazioni di natura sociale, culturale o religiosa»;
obiettivo in vista del quale appare più che sensato domandare al
neo-assunto: «ritieni di avere chiarezza sui saperi che caratterizzano
il futuro cittadino o sulle problematiche educative più frequenti nel
panorama sociale odierno?».
Arrivato a questo punto dell’articolo il lettore si aspetterà di leggere,
come accade di solito, alcune considerazioni finali dell’autore. Me ne
asterrò: per carità di patria e per quel minimo di rispetto che ancora
nutro per le istituzioni del mio Paese e per coloro che vi lavorano. E
infine perché mi sento talmente soffocare dalla rabbia e dal disprezzo
culturale per il documento in questione che ho paura delle parole
offensive e di scherno che mi verrebbe sicuramente da usare. Una sola
osservazione voglio fare per il ministro dell’Istruzione Stefania
Giannini, oltretutto professoressa di glottologia. Nella vita normale,
parlando normalmente, nessuno chiede a qualcun altro «hai chiarezza?» o
«hai conoscenza?» Gli italiani dicono: «ti è chiaro?» «conosci bene?»
«capisci?» «sei pratico?». Nell’ambito della scuola e dei suoi documenti
invece no: si parla un’altra lingua. Ebbene, signor ministro, non le
sembra degno di qualche riflessione che proprio mentre vuole e crede di
«aprirsi alla società», di diventare «collegiale», «collettiva»
«condivisa» e naturalmente «democratica» come si conviene , proprio in
quel momento la scuola si rinserri nella fortezza di una lingua criptica
e involuta, incomprensibilmente gergale, si affidi a formule consumate e
ormai vuote, ad arabeschi concettuali, che forse stanno a indicare
null’altro che la sua abissale distanza dall’Italia reale (sospetto dai
suoi stessi docenti) nonché dal senso comune parente stretto del buon
senso?