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12.6.25

La personalizzazione dell'insegnamento

“Lo studente al centro”, “la personalizzazione degli apprendimenti” , “l’orientamento” e altre truffe

di Martin Venator (dal blog La Nostra Scuola)

Di come il potere neoliberista, usando come pretesto la pedagogia — soprattutto quella di matrice progressista — riesca a indebolire il sistema educativo.

Il pretesto: “modernizzare”, “motivare”, “mettere al centro lo studente”.
Il potere neoliberista non attacca frontalmente la scuola democratica e progressista: ne usa il linguaggio, ne deforma i principi, ne travisa i concetti chiave. Lo fa con grande abilità, costruendo un racconto seducente.

Ecco alcuni pretesti pedagogici usati per destrutturare la scuola come istituzione culturale e democratica:

1. “Mettere al centro lo studente” ma in quanto consumatore non soggetto pensante.

Il neoliberismo adotta la retorica dell’alunno “al centro”, ma:
– trasforma lo studente in un cliente da soddisfare, non in un soggetto da formare;
– pretende una scuola “motivante”, “coinvolgente”, “leggera”, in realtà privata di contenuti critici e alleggerita della fatica dello studio;
– svuota la relazione educativa, riducendola a erogazione di servizi personalizzati.

In sostanza:
Pretesto progressista: centralità dello studente.
Uso neoliberista: deregolare i saperi, deresponsabilizzare la scuola, ridurre la conoscenza a prodotto “su misura”.


2. “Competenze, non nozioni”. Adattabilità invece di conoscenza.

Il paradigma delle competenze nasce anche in ambito pedagogico progressista, ma:
– viene assorbito dal neoliberismo per sostituire i saperi solidi con abilità flessibili e trasferibili, utili al lavoro precario;
– serve a giustificare la fine della centralità delle discipline, considerate “vecchie”;
– legittima un’idea di scuola come palestra di skills, anziché luogo di studio e ricerca.

In sostanza:
Pretesto progressista: superare il nozionismo.
Uso neoliberista: cancellare i saperi strutturati, preparare soggetti “agili”, senza strumenti critici.


3. “Orientare al futuro” ovvero subordinare al mercato.

L’orientamento nasce come strumento per aiutare i giovani a trovare la propria strada. Ma:
– diventa nel neoliberismo uno strumento di indirizzamento precoce, funzionale alla segmentazione del mercato del lavoro;
– con i PCTO si insegna ad adattarsi a qualsiasi condizione, senza strumenti per cambiarla;
– si propone la scuola come “trampolino” per l’inserimento lavorativo, ma senza potere contrattuale né consapevolezza storica.

In sostanza:
Pretesto progressista: aiutare i giovani a progettarsi.
Uso neoliberista: disciplinare le scelte, anticipare l’integrazione nel ciclo produttivo.


4. “Apprendimento personalizzato” aka disintegrazione del curricolo comune.

Si invoca una scuola “su misura”, adattabile ai ritmi e agli stili di ogni studente, ma:
si cancella il valore collettivo del sapere;
– si depotenzia la funzione della scuola come spazio pubblico di confronto, scontro, crescita comune;
– si frammenta la didattica in micro-attività, moduli, progetti esterni, senza coerenza e profondità.

In sostanza:
Pretesto progressista: educazione inclusiva.
Uso neoliberista: destrutturare la scuola come istituzione, atomizzare il sapere.


5. “Scuola delle emozioni” in arte “anestesia del conflitto”.

La pedagogia emotiva viene rilanciata come chiave per il benessere scolastico, ma:
– si depoliticizza l’insegnamento, trasformandolo in “gestione delle relazioni”;
– si educa all’empatia, ma senza spirito critico e senza lettura del contesto sociale;
si scoraggia il dissenso, la rabbia, il conflitto — cioè le emozioni necessarie per reagire alle ingiustizie.

In sostanza:
Pretesto progressista: centralità della persona.
Uso neoliberista: rendere docili e autocontrollati gli studenti, disinnescare ogni tensione trasformativa.


In sintesi: il neoliberismo non distrugge la pedagogia progressista. La ingloba, la svuota, la usa.

Il potere neoliberista:
– parla come un pedagogista progressista, ma agisce come un economista aziendale;
– usa il linguaggio della libertà per rendere più docile la subordinazione;
– prende concetti come “motivazione”, “empatia”, “centralità dell’alunno”, “competenze” e li trasforma in strumenti di controllo morbido.

Così facendo, indebolisce la scuola pubblica, la riduce a servizio tecnico, addestra individui flessibili e silenziosi, e neutralizza la funzione politica dell’educazione.

29.2.20

Pensare in modo uniforme


Il Prof. Alessandro Barbero, insigne storico e scrittore ben noto per il suo equilibrio e per l'indipendenza di giudizio, svolge alcune considerazioni sulla scuola che non possono essere tacciate di faziosità politica, né di conservatorismo di carattere sindacale. Quello che dice ci deve far riflettere e soprattutto dovrebbe far riflettere i numerosi sostenitori delle pedagogie docimologiche, delle prove invalsi, degli standard di qualità e della didattica per competenze.

Barbero parla di una scuola che si sta orientando verso l'imposizione di un "pensare in modo uniforme" e di una tendenza a formare giovani "programmati per eseguire compiti" invece che valorizzare la creatività personale. Ci ripropone l'esempio della scolastica medievale che inizialmente si fondava sul dubbio, sulla discussione, sul ragionamento e soprattutto sulla libertà di ricerca e di confronto. Se la scuola perde la libertà, se viene organizzata secondo modelli aziendali, perderemo la nostra libertà di pensiero che è il cuore stesso del sapere.

La scuola gerarchizzata con ministri che possono imporre una certa formazione, dirigenti che possono scegliere i docenti e con docenti ingabbiati tra standard di valutazione e progressione di carriera, non resterà alcuna libertà e non si svilupperà nessuna creatività se non tra quelli che dalla scuola fuggiranno.

L'esempio della scolastica medievale, che si svilisce chiudendosi nella ripetizione di presunte verità ormai acquisite, è molto pertinente perché ci fa cogliere una perfetta analogia tra l'antico dogmatismo basato sulla verità biblica e poi su quella aristotelica con l'attuale dogmatismo scientista.


30.4.19

Una pedagogia per allenare i ragazzi alla flessibilità e alla precarietà

L'autrice del testo che vi propongo, Anna Angelucci, vede nella didattica per competenze un metodo finalizzato ad  allenare i ragazzi alla flessibilità e alla precarietà.

La ‘didattica per competenze’ non ha alcun fondamento teorico, scientifico, epistemologico. Orienta lo scenario educativo internazionale perché alimentata da una spinta politico-economica tesa all’omologazione globale dei processi formativi funzionale ai processi produttivi del terzo millennio e dunque alla creazione di un nuovo idealtipo di studente, futuro cittadino e lavoratore. Per questo serviva una nuova pedagogia, che non esito a definire capitalista: una pedagogia che si fonda sulla naturalizzazione di questa nuova ontologia imprenditoriale, immanente e contingente. Sdradicate dalla scuola e dalla società, storia, memoria, ermeneutica, interpretazione vengono spazzate via dall’orizzonte mentale delle nuove generazioni. In questa “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà” non sono più possibili processi di soggettivizzazione che non siano adattivi al mercato del lavoro e, in quanto tali, spietatamente selettivi e mortiferi. Possono le istituzioni politiche, che sull’istruzione si muovono di concerto con organizzazioni economiche internazionali, sostituirsi alla scienza e imporre processi di formazione e di valutazione, modalità di insegnamento/apprendimento, prassi didattiche standardizzate su scala nazionale e sovranazionale, addirittura una nuova teoria della conoscenza? E noi, noi docenti, della scuola e dell’università, possiamo accettare senza reagire l’imposizione autoritaria di un paradigma indimostrato, ma di cui è dimostrata la funzionalità economicistica, l’imposizione di dispositivi ideologici che impongono un regime veritativo che mina alle fondamenta la nostra libertà di insegnamento, la libertà di apprendimento dei nostri studenti, e che, soprattutto, pone una drammatica ipoteca sul mondo?

20.2.19

Utilità e inutilità dello studio

Mi piacerebbe che tutti i miei colleghi dedicassero una mezz'ora ad ascoltare le riflessioni del prof. Pietro Ratto. Servono per capire meglio cosa sta succedendo al nostro mestiere di insegnanti in quest'epoca dominata dal dogma dell'autonomia scolastica. 
Ascoltando le riflessioni del prof. Ratto si capisce meglio anche il senso delle prove Invalsi che non sono semplici strumenti di misurazione e di confronto come molti credono.



Pietro Ratto racconta la propria esperienza di docente di storia e filosofia, iniziando dall'inutilità del sapere e dalla bellezza delle passeggiate.
Dove vanno i sentieri di un bosco? Non vanno da nessuna parte. Si passeggia per respirare l'aria del bosco, si viaggia per viaggiare. E' il viaggiare che importa, non l'arrivare; è la domanda che fa il filosofo non la risposta. La scuola con le risposte pronte e uno spaccio di "verità" preconfezionate, di percorsi didattici costruiti su un punto di partenza e di arrivo ben saldi. Un tempo si poteva pensare che il vangelo fosse il punto di partenza sicuro ma ora sappiamo che quella certezza non c'è. Dobbiamo essere studiosi e non ricercatori. Il ricercatore segue una strada in vista del risultato richiesto dal finanziatore della ricerca, invece lo studioso non ha un risultato da raggiungere. Attenzione, anche il voto scolastico può trasformarsi in un risultato da raggiungere, ma è un risultato imposto e uccide il piacere dello studio.

Il docente che oggi si adegua alle richieste di una scuola utile, alla costruzione di competenze predeterminate e si assoggetta ai controlli contribuisce al tradimento della vera missione della scuola, uccide la scuola. I docenti dovrebbero assumersi la responsabilità e il coraggio di difendere la libertà di pensiero e di espressione.
L'eroe è quello che non spara, neanche se è sotto minaccia di qualcuno che glielo impone.

21.3.18

La catena del sapere spezzata

Un articolo di Salvatore Settis, rettore emerito della Scuola Normale di Pisa, pubblicato da Il Fatto Quotidiano del 15 marzo 2018 (una copia è reperibile a questo link ) dal titolo "Scuola, la catena del sapere spezzata" ha generato un vivace dibattito.

Tra le numerose risposte reperibili in rete vi segnalo gli interventi di

- Andrea Carlino
- Cristiana De Santis, Chiara Panzieri, Jessy Simonini
- Antonio Brusa
- Alvaro Belardinelli
- Federico Batini e Cristiano Corsini
- Gianni Marconato 

Qui non mi occuperò delle risposte, mi limito a riportare alcuni passaggi dell'articolo che potrei riassumere col titolo di MATERIE. Vi ricordate? si chiamavano così le varie cose che venivano insegnante nelle scuole. Poi sono diventate "discipline" e oggi si parla solo di "competenze".

26.11.17

Un metodo contro il bullismo

Un interessante interessante articolo de Il Post segnala un metodo che consente di affrontare in modo costruttivo i piccoli episodi di bullismo. E' importante individuare precocemente i casi per rendere efficace l'approccio ideato dallo psicologo svedese Anatol Pikas.

23.1.17

Il miglior metodo di insegnamento

Cari professori, volete sapere qual è il miglior metodo di insegnamento? non dovete chiederlo al collega più anziano che ha diplomato migliaia di studenti e neanche al più giovane ricco di entusiasmo e di empatia, no no no, ve lo dice la Banca d'Italia. Non sto scherzando. Dal laboratorio dei "numeri veri" apprendiamo la notizia. Poi non dite che non lo sapevate qual è il miglior metodo per insegnare tutto a tutti (anche se loro sbadatamente lo chiamano metodo di studio). Ecco, pare che i super-banchieri, ormai sollevati da altre incombenze, hanno svolto un attento studio sulle scuole giungendo alle seguenti conclusioni: