La gestione della scuola pubblica italiana è stata descritta in termini di
smantellamento (
Cacciari) o
distruzione (
Fusaro) o
degenerazione (
Galimberti) o
svilimento (
Casarino). I tentativi di uscirne spesso vanno a peggiorare la situazione. Sembra che tutte le riforme degli ultimi vent'anni abbiano prodotto
peggioramenti, ma forse non è un caso. Comunque lo si voglia definire, il declino della scuola pubblica non è
frutto di errori. Da oltre vent'anni stiamo viaggiando in direzione
ostinata e contraria.
La raffinata
strategia elaborata da forze politiche reazionarie viene attuata mascherandosi da "modernità" e in tal modo incontra debolissime resistenze. L'idea di "riformare" per "andare avanti" coinvolge anche coloro che, conoscendoli, non potrebbero condividere gli obiettivi finali. Ma la consapevolezza non c'è, il mito del "progresso" riesce a nascondere ogni visione realistica del futuro e la scuola ha smarrito la
visione della propria missione originaria.
La scuola come
comunità educante si fonda sulle relazioni personali, si nutre di
soggettività, cioè di confronto tra personalità diverse, capacità e culture individuali che riescono a creare una dinamica di scambi costruttivi. I migliori insegnanti hanno sempre ammesso di amare il proprio mestiere perché consente di continuare a crescere e a migliorarsi nel confronto con gli altri, anche con gli alunni più piccoli. Invece di promuovere tutto questo, da oltre vent'anni le riforme neo-liberiste perseguono obiettivi che hanno la pretesa dell'
oggettività (unità didattiche precostituite, moduli, tecniche pedagogiche standardizzate, risultati certificabili, criteri di valutazione, competenze misurabili, ecc.).
L'oggettività, spesso illusoria, svilisce la soggettività. Ogni misurazione appiattisce l'individuo sulla dimensione che viene presa ad oggetto di misurazione. La personalità dello studente scompare dietro la maschera della
performance formativa. L'addestramento si sostituisce all'educazione.