L'autrice del testo che vi propongo, Anna Angelucci, vede nella didattica per competenze un metodo finalizzato ad allenare i ragazzi alla flessibilità e alla precarietà.
La ‘didattica per competenze’
non ha alcun fondamento teorico, scientifico, epistemologico. Orienta lo
scenario educativo internazionale perché alimentata da una spinta
politico-economica tesa all’omologazione globale dei processi formativi
funzionale ai processi produttivi del terzo millennio e dunque alla
creazione di un nuovo idealtipo di studente, futuro cittadino e
lavoratore. Per questo serviva una nuova pedagogia, che non esito a definire capitalista:
una pedagogia che si fonda sulla naturalizzazione di questa nuova
ontologia imprenditoriale, immanente e contingente. Sdradicate dalla
scuola e dalla società, storia, memoria, ermeneutica, interpretazione
vengono spazzate via dall’orizzonte mentale delle nuove generazioni. In
questa “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà”
non sono più possibili processi di soggettivizzazione che non siano
adattivi al mercato del lavoro e, in quanto tali, spietatamente
selettivi e mortiferi. Possono le istituzioni
politiche, che sull’istruzione si muovono di concerto con organizzazioni
economiche internazionali, sostituirsi alla scienza e imporre processi
di formazione e di valutazione, modalità di insegnamento/apprendimento,
prassi didattiche standardizzate su scala nazionale e sovranazionale,
addirittura una nuova teoria della conoscenza? E noi, noi docenti, della
scuola e dell’università, possiamo accettare senza reagire
l’imposizione autoritaria di un paradigma indimostrato, ma di cui è
dimostrata la funzionalità economicistica, l’imposizione di dispositivi
ideologici che impongono un regime veritativo che mina alle fondamenta
la nostra libertà di insegnamento, la libertà di apprendimento dei
nostri studenti, e che, soprattutto, pone una drammatica ipoteca sul
mondo?