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8.2.21

Bambini appesi agli alberi e pacchi non desiderati

 Nel post di ieri avevo citato alcuni casi di insegnanti che subiscono ritorsioni a causa della loro voglia di insegnare e di farlo bene. Ora vedo che il Fatto Quotidiano descrive meglio il caso del maestro di Serravalle, Giampiero Monaca. 

Nella sua vicenda ci sono due questioni che vorrei sottolineare e sono proprio le ragioni che hanno motivato la sanzione disciplinare:

17.12.19

Clima di paura

La professoressa Rosa Maria Dell'Aria, protagonista suo malgrado di un caso di repressione della libertà di espressione e di insegnamento che suscitò molto scalpore, intervistata da Radio Radicale parla di un clima di paura che incombe sugli insegnanti e indirettamente anche sugli studenti.

La sospensione dall'insegnamento fu un provvedimento deciso quando al governo c'era la Lega di Salvini, ora c'è una forza di centro-sinistra, la stessa che a suo tempo prese le difese della professoressa accusata di non aver censurato il lavoro dei suoi studenti, eppure la sanzione non è stata revocata.

Il clima di paura non si è creato solo nella Sicilia della professoressa Dell'Aria. A Torino la maestra che gridò insulti contro la polizia è stata licenziata, s'è detto che il comportamento e le parole di un insegnante devono essere irreprensibili anche fuori dalla scuola, s'è detto che nessun torto subito potrebbe giustificare la reazione scomposta,

21.11.19

Una lettera nella bottiglia

Tra gli articoli di Tecnica della Scuola ieri ho trovato una lettera che vi invito a leggere. E' scritta da un o una insegnante che ripercorre un'esperienza molto simile alla mia, forse simile a quella di tutti gli insegnanti che stanno oltre i cinquanta e che possono confrontare la scuola di oggi (autonoma, innovativa, ricca di progetti, di commissioni,  di corsi, di valutazioni, e via dicendo) con quella di ieri dove c'erano solo aule e banchi con libri e quaderni.

Eccola.

La mia esperienza di docente inizia prima dell’introduzione dell’autonomia scolastica, quando ancora il Preside era un leader educativo capace di affrontare e risolvere i veri problemi della scuola: le intricate questioni ricollegate all’età evolutiva e le criticità educative e pedagogiche connesse alla formazione dell’uomo e del cittadino.
A quei tempi, in seno agli organi collegiali, si sviluppavano delle discussioni vere, sentite, franche, incentrate su tematiche didattico/educative e sempre protese all’individuazione delle soluzioni migliori per gli alunni. Tutti eravamo liberi di esprimere le nostre opinioni, senza timore di ritorsioni, piccole o grandi che fossero.
Il confronto costituiva il sale di quell’assetto scolastico, favoriva la visione delle varie problematiche da punti di vista diversi e, quindi, l’individuazione delle soluzioni più appropriate.
Oggi, invece, in molte realtà il confronto è diventato virtuale, poiché un crescente numero di docenti finisce per accantonare le proprie valutazioni e sposare in toto le tesi di chi detiene le leve del comando.


30.4.19

Una pedagogia per allenare i ragazzi alla flessibilità e alla precarietà

L'autrice del testo che vi propongo, Anna Angelucci, vede nella didattica per competenze un metodo finalizzato ad  allenare i ragazzi alla flessibilità e alla precarietà.

La ‘didattica per competenze’ non ha alcun fondamento teorico, scientifico, epistemologico. Orienta lo scenario educativo internazionale perché alimentata da una spinta politico-economica tesa all’omologazione globale dei processi formativi funzionale ai processi produttivi del terzo millennio e dunque alla creazione di un nuovo idealtipo di studente, futuro cittadino e lavoratore. Per questo serviva una nuova pedagogia, che non esito a definire capitalista: una pedagogia che si fonda sulla naturalizzazione di questa nuova ontologia imprenditoriale, immanente e contingente. Sdradicate dalla scuola e dalla società, storia, memoria, ermeneutica, interpretazione vengono spazzate via dall’orizzonte mentale delle nuove generazioni. In questa “confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà” non sono più possibili processi di soggettivizzazione che non siano adattivi al mercato del lavoro e, in quanto tali, spietatamente selettivi e mortiferi. Possono le istituzioni politiche, che sull’istruzione si muovono di concerto con organizzazioni economiche internazionali, sostituirsi alla scienza e imporre processi di formazione e di valutazione, modalità di insegnamento/apprendimento, prassi didattiche standardizzate su scala nazionale e sovranazionale, addirittura una nuova teoria della conoscenza? E noi, noi docenti, della scuola e dell’università, possiamo accettare senza reagire l’imposizione autoritaria di un paradigma indimostrato, ma di cui è dimostrata la funzionalità economicistica, l’imposizione di dispositivi ideologici che impongono un regime veritativo che mina alle fondamenta la nostra libertà di insegnamento, la libertà di apprendimento dei nostri studenti, e che, soprattutto, pone una drammatica ipoteca sul mondo?

16.6.18

La maestra che gridava


L'abbiamo vista in TV la sera del 22 febbraio, camminava da sola al centro della strada con un cappuccio bagnato dalla pioggia e dai violenti getti d'acqua sparati contro il corteo. Urlava tutta la sua indignazione, perché la polizia non s'era limitata a ostacolare il percorso del corteo, l'aveva attaccato usando gli idranti e anche i lacrimogeni. Avrebbero potuto fermare i manifestanti, bloccando i passaggi, avrebbero potuto tentare un dialogo, invece li avevano respinti con violenza per garantire la massima tranquillità al comizio politico del leader di Casapound.

4.5.18

L'inclusione può diventare esclusione

La scuola pubblica è di tutti e per tutti, si fonda su un principio di inclusione. Le sue regole devono essere finalizzate alla collaborazione e alla trasparenza, al contrario delle aziende private che invece rispondono a logiche opposte di competizione, esclusione, gerarchia, segretezza.

Negli ultimi decenni la scuola è caduta in uno stato di disorientamento causato da direttive dissonanti; da una parte si procede verso l'aziendalizzazione (autonomia delle scuole messe in concorrenza tra loro, dirigenti scolastici trasformati in manager e alienati dalla dimensione educativa, attribuzione di crediti e debiti formativi che creano una logica mercantile, bonus premiali per generare competizione tra gli insegnanti, eccessi di valutazione, investimenti per il marketing scolastico che porta i ragazzi a sbagliare scelta, ecc.) dall'altra si continuano a proclamare i principi di collaborazione, solidarietà, inclusione, che suonano sempre più falsi e retorici.

30.11.17

La funzione sociale della scuola

Oggi ci dicono (e c'è chi ci crede, purtroppo, anche tra gli insegnanti) che la funzione della scuola è il contrasto alla disoccupazione, quindi la scuola deve orientarsi verso il lavoro, deve rispondere alle richieste delle imprese, magari cominciando già negli anni di scuola ed ecco l'alternanza.

10.11.16

Parole false

I bambini vanno a scuola per imparare a leggere e scrivere. Devono imparare ad usare le parole. Le parole hanno un loro significato, che non può essere distorto, altrimenti sarebbe una Babele.
Nelle opulente democrazie occidentali si sta profilando questo rischio. Il ground zero di New York, che ci ricorda il luogo in cui sorgevano le torri gemelle, rievoca le macerie di una Babele del ventunesimo secolo, ma forse non è un dio adirato a voler confondere le nostre lingue.

Davanti a Manhattan, dove svettava la superbia delle torri, c'è la Statua della Libertà che tiene alta la fiaccola della ragione. La luce di quella fiaccola non piace a tutti. I poteri detronizzati dal sistema democratico tendono ad occultarsi, perseguono finalità antidemocratiche, ma non possono dichiararlo, perciò usano parole false e tendono a confondere anche il nostro linguaggio.

Oggi il compito principale della scuola che vuol restare al servizio del libero cittadino (e non al servizio di poteri antidemocratici) passa attraverso l'ortodossia delle parole. In questo può essere utile l'opera di Vladimiro Giacché - LA FABBRICA DEL FALSO (qui un video di presentazione).

30.9.16

La tirannia dell'algoritmo

L'assegnazione dei nuovi docenti alle sedi scolastiche nelle quali dovranno insegnare è stata affidata ad un algoritmo. Ennesima furbata.
L'algoritmo fa pensare al'uso di moderne tecnologie, genera un'idea di automatismo neutrale, quindi senza imbrogli o raccomandazioni.
Le vittime innocenti dell'algoritmo hanno protestato, qualcuno inviato a lavorare in sedi non gradite e centinaia o migliaia di chilometri da casa ha parlato di "deportazione". Un termine probabilmente eccessivo che ha catalizzato reazioni indignate: "hanno ottenuto un posto statale di ruolo e si lamentano pure!", "ma quale deportazione, è solo l'ordinaria mobilità richiesta per qualunque tipo di lavoro".
Mentre le discussioni si infiammavano dimenticando che il vecchio sistema delle graduatorie provinciali non aveva mai creato così tanti disagi, nessuno metteva in discussione l'algoritmo nella presunzione di una sua logica rigorosa. In realtà l'algoritmo è solo una catena di operazioni, se è stato elaborato bene darà buoni effetti, altrimenti sarà un disastro. E disastro è stato. Gente trasferita su insegnamenti non richiesti benché ci fossero posti disponibili in quelli richiesti (qui un esempio) altri inviati in sedi scomode benché avessero punteggi sufficienti per ottenere sedi più comode. Così sono cominciati i ricorsi e al disastro si aggiunge un altro disastro. Ma il peggio non è l'algoritmo bensì l'idea della sua sacralità: l'algoritmo è segreto, non è soggetto alla legge e non può essere giudicato. L'algoritmo è diventato così un sovrano assoluto, legibus solutus.

22.9.16

Il razzismo made in USA

Una serie di omicidi commessi da agenti di polizia ai danni di cittadini afroamericani sta suscitando forti proteste in diverse città degli USA. A Charlotte, nel North Carolina, un uomo di 43 anni è stato ucciso perché aveva in mano un libro che è stato scambiato per un arma. Nella stessa settimana c'erano già stati altri casi di omicidi razziali commessi dalla polizia: un ragazzino di 13 anni a Columbus in Ohio (aveva un’arma ad aria compressa) e un 40enne a Tulsa in Oklahoma (non aveva alzato le mani).  A Charlotte le proteste sono degenerate in tumulti ed è stato proclamato lo stato di emergenza. 

10.1.07

Il discorso di Piero Calamandrei

Cari colleghi,
Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università […]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà […].