Visualizzazione post con etichetta aziendalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aziendalismo. Mostra tutti i post

12.6.25

La personalizzazione dell'insegnamento

“Lo studente al centro”, “la personalizzazione degli apprendimenti” , “l’orientamento” e altre truffe

di Martin Venator (dal blog La Nostra Scuola)

Di come il potere neoliberista, usando come pretesto la pedagogia — soprattutto quella di matrice progressista — riesca a indebolire il sistema educativo.

Il pretesto: “modernizzare”, “motivare”, “mettere al centro lo studente”.
Il potere neoliberista non attacca frontalmente la scuola democratica e progressista: ne usa il linguaggio, ne deforma i principi, ne travisa i concetti chiave. Lo fa con grande abilità, costruendo un racconto seducente.

Ecco alcuni pretesti pedagogici usati per destrutturare la scuola come istituzione culturale e democratica:

1. “Mettere al centro lo studente” ma in quanto consumatore non soggetto pensante.

Il neoliberismo adotta la retorica dell’alunno “al centro”, ma:
– trasforma lo studente in un cliente da soddisfare, non in un soggetto da formare;
– pretende una scuola “motivante”, “coinvolgente”, “leggera”, in realtà privata di contenuti critici e alleggerita della fatica dello studio;
– svuota la relazione educativa, riducendola a erogazione di servizi personalizzati.

In sostanza:
Pretesto progressista: centralità dello studente.
Uso neoliberista: deregolare i saperi, deresponsabilizzare la scuola, ridurre la conoscenza a prodotto “su misura”.


2. “Competenze, non nozioni”. Adattabilità invece di conoscenza.

Il paradigma delle competenze nasce anche in ambito pedagogico progressista, ma:
– viene assorbito dal neoliberismo per sostituire i saperi solidi con abilità flessibili e trasferibili, utili al lavoro precario;
– serve a giustificare la fine della centralità delle discipline, considerate “vecchie”;
– legittima un’idea di scuola come palestra di skills, anziché luogo di studio e ricerca.

In sostanza:
Pretesto progressista: superare il nozionismo.
Uso neoliberista: cancellare i saperi strutturati, preparare soggetti “agili”, senza strumenti critici.


3. “Orientare al futuro” ovvero subordinare al mercato.

L’orientamento nasce come strumento per aiutare i giovani a trovare la propria strada. Ma:
– diventa nel neoliberismo uno strumento di indirizzamento precoce, funzionale alla segmentazione del mercato del lavoro;
– con i PCTO si insegna ad adattarsi a qualsiasi condizione, senza strumenti per cambiarla;
– si propone la scuola come “trampolino” per l’inserimento lavorativo, ma senza potere contrattuale né consapevolezza storica.

In sostanza:
Pretesto progressista: aiutare i giovani a progettarsi.
Uso neoliberista: disciplinare le scelte, anticipare l’integrazione nel ciclo produttivo.


4. “Apprendimento personalizzato” aka disintegrazione del curricolo comune.

Si invoca una scuola “su misura”, adattabile ai ritmi e agli stili di ogni studente, ma:
si cancella il valore collettivo del sapere;
– si depotenzia la funzione della scuola come spazio pubblico di confronto, scontro, crescita comune;
– si frammenta la didattica in micro-attività, moduli, progetti esterni, senza coerenza e profondità.

In sostanza:
Pretesto progressista: educazione inclusiva.
Uso neoliberista: destrutturare la scuola come istituzione, atomizzare il sapere.


5. “Scuola delle emozioni” in arte “anestesia del conflitto”.

La pedagogia emotiva viene rilanciata come chiave per il benessere scolastico, ma:
– si depoliticizza l’insegnamento, trasformandolo in “gestione delle relazioni”;
– si educa all’empatia, ma senza spirito critico e senza lettura del contesto sociale;
si scoraggia il dissenso, la rabbia, il conflitto — cioè le emozioni necessarie per reagire alle ingiustizie.

In sostanza:
Pretesto progressista: centralità della persona.
Uso neoliberista: rendere docili e autocontrollati gli studenti, disinnescare ogni tensione trasformativa.


In sintesi: il neoliberismo non distrugge la pedagogia progressista. La ingloba, la svuota, la usa.

Il potere neoliberista:
– parla come un pedagogista progressista, ma agisce come un economista aziendale;
– usa il linguaggio della libertà per rendere più docile la subordinazione;
– prende concetti come “motivazione”, “empatia”, “centralità dell’alunno”, “competenze” e li trasforma in strumenti di controllo morbido.

Così facendo, indebolisce la scuola pubblica, la riduce a servizio tecnico, addestra individui flessibili e silenziosi, e neutralizza la funzione politica dell’educazione.

13.4.23

Educazione finanziaria o diseducazione economica?

L'educazione finanziaria era già presente nelle aule scolastiche. Da anni i banchieri vogliono formare i ragazzi secondo le proprie esigenze, vogliono farlo a partire già dalle scuole elementari, vogliono dare l'imprinting finanziario anche ai bambini e da anni stanno proponendo corsi di "formatozione" per insegnanti.

La maggior parte degli insegnanti è indifesa. La riforma Gelmini ha già eliminato gli insegnamenti di diritto ed economia da quasi tutte le scuole mandando in esubero migliaia di docenti abilitati all'insegnamento di tali discipline. E' stata una vera espulsione basata sull'idea che la conoscenza del diritto e dell'economia sia inutile.

Dal 2020 l'educazione civica è stata affidata senza alcun programma ad insegnanti privi di competenze specifiche in ambito giuridico ed economico che sono costretti ad improvvisarsi esperti di cose che non appartengono alla loro professionalità.
Molte scuole hanno inserito nella propria offerta formativa progetti di educazione finanziaria basati sui modelli proposti da banca d'Italia oppure progetti di educazione alla legalità affidati a rappresentanti delle forze dell'ordine. I docenti di scuola elementari, come quelli che insegnano altre discipline, sono indifesi, non riescono a distinguere le regole economiche dalle tecniche finanziarie che i banchieri spacciano per "scienza" economica.
Ora questa invasione del potere finanziario nelle scuole diventa legge, sarà parte integrante dell'educazione civica. Si toglieranno così ore all'insegnamento della Costituzione per fare spazio ai banchieri. 
 
Sarebbe più giusto chiamarla DISEDUCAZIONE ECONOMICA. Sarebbe più giusto dare agli studenti le basi del ragionamento economico a partire da Aristotele che distingueva l'uso del denaro come strumento creato per  facilitare le compravendite dei beni, dall'uso del denaro per ottenere altro denaro, cioè quella che Aristotele chiamava crematistica (e che oggi chiamiamo finanza) e che egli riteneva dannosa per la collettività, soprattutto se indirizzata solo a fini speculativi.
 
 

 
Cito solo un esempio tra i tanti che potrei fare, dopo aver frequentato i corsi di formazione organizzati dalla Banca d'Italia. Agli insegnanti veniva suggerito di far comprendere ai ragazzi il senso di responsabilità nelle scelte finanziarie: i futuri risparmiatori devono essere consapevoli dei rischi che si assumono quando affidano i propri risparmi a una banca o acquistano titoli. Questo suggerimento può sembrare quasi un'ovvietà a chi non conosce la nostra Costituzione, quella magnifica Costituzione che viene sempre nascosta e che è quasi del tutto ignota ai docenti di lettere, matematica, scienze, inglese, disegno che oggi chiamati ad insegnare l'educazione civica.

Art. 47 - La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito.

E' compito e dovere  della Repubblica tutelare il risparmio. Questo dice la Costituzione. E' lo Stato che deve controllare e disciplinare l'esercizio del credito. Non può farlo il singolo risparmiatore. Sono i poteri politici che devono assumersi la responsabilità di questo compito in modo che neanche il più sprovveduto dei risparmiatori venga derubato del risparmio, frutto delle proprie fatiche.

Il principio del bail-in, che scarica la responsabilità della mala-gestione bancaria sugli ignari cittadini, non è compatibile coi valori della nostra Costituzione. L'idea di attribuire alle obbligazioni sussidiarie un rischio simile a quello dell'acquisto di azioni è un trucco da imbroglioni che la repubblica non dovrebbe consentire, ma nessuno lo saprà ora che ad insegnare arrivano direttamente i banchieri.

24.12.22

La demolizione controllata della scuola

Le parole di Elisabetta Frezza nel video che ho ritagliato da un intervento dello scorso anno al convegno di A/Simmetrie, rappresentano un'ottima sintesi di quel gigantesco fenomeno in cui siamo immersi da anni e che lei giustamente definisce come "demolizione controllata". 

Un'altra interessante riflessione di Elisabetta Frezza sulla scuola e sulla nuova Educazione Civica:

https://www.youtube.com/watch?v=HFfUBrsnX5o

 Osservazioni critiche sulla direzione sbagliata verso cui la scuola italiana è stata indirizzata dalle riforme degli ultimi 25 anni si ritrovano anche nelle parole del prof. Tomaso Montanari.

18.12.22

Il rispetto dell'autorita'

 

Il prof. Lucio Russo è l'autore di "SEGMENTI E BASTONCINI", un libro che nel lontano 1998 ci mostrava con estrema precisione la direzione sbagliata che stava imboccando l'istruzione italiana. Erano gli anni delle riforme proposte da Luigi Berlinguer e molti allora non riuscivano a comprenderne la portata soprattutto perché allora sembrava impossibile che un governo di sinistra avesse scelto di farsi guidare dall'ideologia neoliberista, cioè la stessa che aveva ispirato il riflusso economico e culturale del thatcherismo e del reaganismo e ancor prima aveva guidato il golpe cileno del 1973 e i feroci regimi neofascisti del sudamerica.  

Il progetto che si celava dietro le riforme di Berlinguer (autonomia scolastica, valutazioni in crediti e debiti, scuole guidate da un dirigente, finanziamenti agli istituti privati in violazione dell'art.33, sottomissione dei sindacati all'obbligo di firmare i contratti per non essere esclusi dai tavoli delle contrattazioni, ecc.) era stato già predisposto negli anni precedenti dalle confindustrie europee, ma nel 1998 quasi nessuno poteva conoscerlo. Il libro di Lucio Russo rappresentò un importantissimo invito alla riflessione. Purtroppo gli insegnanti italiani non seppero cogliere quell'invito e il processo di demolizione è andato avanti fino a portare la scuola italiana all'avanguardia del degrado che si sta verificando in tutti i paesi dell'occidente. 

In questa intervista Lucio Russo tocca il punto essenziale del degrado. Stiamo rinunciando alla scuola come palestra del pensiero e come esercizio alla libera ricerca della verità su cui si basava il metodo scientifico, la scuola sta diventando una palestra di addestramento al rispetto del principio di autorità.

Dalle scuole e dalle università scompare il metodo dimostrativo che è essenziale per formare i cittadini di una società democratica. 

14.12.22

La scuola schiacciata tra aziendalismo e pedagogismo

La scuola schiacciata tra l'incudine dell'aziendalismo e il martello del pedagogismo. E'  il titolo di un interessante articolo pubblicato da MicroMega a firma di Enrico Campanelli. 

Da oltre vent'anni i governi di Destra e di Sinistra hanno proposto riforme devastanti, tutte orientate in senso anticostituzionale. Invece di promuovere la libertà della scienza e del suo insegnamento (art. 33 Cost.) hanno trasformato la scuola in una sorta di azienza, creando gerarchie, imponendo il dogma della competività (la scienza e la cultura richiedono invece collaborazione) e l'ipocrisia della propaganda volta ad acquisire studenti trattati come clienti.

L'ANP (Ass. Nazionale Presidi) ha sempre sostenuto queste scelte che umiliano studenti e insegnanti. Alla visione aziendalistica promossa soprattutto da Fondazione Agnelli e Ass. Trellle, l'ANP ha aggiunto una visione padronale in cui il Dirigente Scolastico, che ormai non è più un preside bensì un burocrate manager, possa scegliersi gli insegnanti, sanzionarli, attribuire loro incentivi economici e selezionare per cooptazione i futuri dirigenti (il c.d. middle menagement).

L'articolo pubblicato da MicroMega ci mostra quanto le proposte aziendalistiche degli ultimi decenni sostenute da ANP fossero confacenti ad una visione politicamente reazionaria che va sotto il nome di scuola del "merito", ma sarebbe più corretto chiamarla scuola-caserma.

La Costituzione, in attuazione del fondamentale principio di uguaglianza, impone che a parità di lavoro vi sia una parità retributiva (art. 36 Cost.). Nella scuola la condizione di parità è essenziale per creare e conservare lo spirito collaborativo necessario alla comunità educante. Invece assistiamo a dichiarazioni di segno contrario, non solo quando si parla di carriera, di valutazione, di merito, ma anche in modo più esplicito di ideologica avversione al principio di uguaglianza: "stop a docenti e Ata trattati allo stesso modo"

Il Ministro Valditara si è già pronunciato a favore di "lavori forzati" per punire i bulli, il nuovo presidente del Senato Ignazio La Russa vorrebbe introdurre nelle scuole un periodo di naja obbligatoria, vediamo docenti che criticano la militarizzazione e per questo vengono denunciati per diffamazione. Inoltre il governo ha recentemente introdotto per tutti i dipendenti pubblici un generale divieto di criticare le scelte dei dirigenti. La libertà di opinione, che è il fertilizzante della democrazia, sta diventando un crimine sotto il nome di "lesione dell'immagine delle istituzioni".

23.10.21

Il Convegno della CGIL

Vi propongo qui il convegno organizzato a Roma dalla CGIL, nel corso del quale ho potuto apprezzare alcune considerazioni molto critiche verso il modello finora perseguito.

2.10.21

I cattivi insegnamenti della Fondazione Agnelli

Non spetta al Ministro decidere qual è il miglior metodo didattico, spetta agli insegnanti che sono i professionisti dell'insegnamento. Il dogma della "formazione", concepita come indottrinamento di carattere burocratico, sta facendo dimenticare questa verità a molti docenti ormai culturalmente asserviti. Non spetta al Ministro e ancor meno alle fondazioni imprenditorialiste come la Fondazione Agnelli.

Un articolo del gruppo La Nostra Scuola ci fa giustamente notare che la formazione proposta da chi non vive e non conosce la scuola è quasi sempre inutile e controproducente. La retorica delle "competenze" sta sottraendo alla scuola italiana la sua capacità di trasmettere conoscenze.

È stata proprio la sottrazione di conoscenze, sulla condivisione delle quali si costruisce la fondamentale relazione tra insegnanti e studenti, a favore di “metodi” astratti, frettolosi e superficiali, scollegati dai contenuti e ridotti subito a burocrazia e certificazioni – corollario di tutta l’impostazione elefantiaca dell’ ‘autonomia’ – a mettere progressivamente in crisi l’efficacia educativa della scuola in generale e della scuola media in particolare. Ma questo forse la Fondazione Agnelli non lo sa, visto che propone una ricetta che va nella stessa direzione dei problemi che dovremmo risolvere e chiede anche di accelerare su questa strada.

La pretesa sembra essere quella di distruggere la scuola pubblica italiana e di ridurre gli alunni a cervelli da plasmare.

21.9.21

Atto di indirizzo: dove va la scuola italiana

 L'atto di indirizzo del Ministro Bianchi indica alcune priorità che sono quasi ovvietà:  diritto allo studio, innovazione didattica e tecnologica, valorizzazione del personale scolastico, investimento sull'edilizia e miglioramento della gestione amministrativa. Per esprimere un giudizio occorre capire come si intendono raggiungere questi obiettivi. 

 

2.6.21

Manifesto per la nuova scuola

Per una vera e forte azione di contrasto alla distruzione della scuola pubblica realizzata negli ultimi decenni attraverso l'autonomia scolastica, la didattica delle competenze, i test invalsi, l'estemporaneità dei progetti, la gerarchizzazione di tipo aziendale, la rinuncia alla trasmissione dei saperi, la moltiplicazione di adempimenti burocratici e via dicendo, è stato pubblicato un interessante Manifesto per la nuova scuola
Il manifesto reca la firma di importantissimi rappresentanti della cultura italiana, tra i quali voglio citare almeno Alessandro Barbero, Carlo Ginzburg, Vito Mancuso, Dacia Maraini, Tomaso Montanari, Adriano Prosperi, Massimo Recalcati, Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky

 E' possibile aderire al manifesto firmando su Change.

Segue il testo 

26.5.21

Il Patto per una scuola che persevera negli errori

Il Ministro dell'Istruzione ha predisposto un Patto per la Scuola che è stato firmato dai maggiori sindacati. L'associazione professionale GILDA non ha firmato. I sindacati di base contestano il Patto con argomenti che appaiono molto condivisibili, infatti nel documento si insiste col modello della "autonomia scolastica", un modello aziendalistico che negli ultimi venti anni ha demolito la scuola-istituzione voluta da Piero Calamandrei a dagli altri padri costituenti della nostra Repubblica.

Finora l'aziendalizzazione delle scuole ha prodotto solo danni: disgregazione degli insegnamenti in una miriade di progetti; competitività esasperata; valutazioni standardizzate; gerarchizzazione dei rapporti; eccessi di inutili adempimenti burocratici.

Nel comunicato dei Cub c'è anche la bozza di un patto che sarebbe stato molto più gradito.

Limitiamoci agli aspetti fondamentali: metteremo in campo ogni provvedimento che possa garantire l’unitarietà del sistema scolastico nazionale, quanto alle strutture e quanto ai risultati educativi; abbatteremo finalmente il precariato, attraverso una politica di assunzioni, legata al superamento tra organico di diritto e di fatto e la definizione di un organico di istituto che soddisfi i bisogni reali di ogni scuola; aumenteremo del 20% la retribuzione dei lavoratori della scuola (lo sappiamo, non raggiungiamo così ancora la media europea, ma questo è un inizio dignitoso); provvederemo a curare la formazione degli insegnanti favorendo il legame tra scuola e ricerca; sosterremo la libertà nella formazione e nell’insegnamento; ridurremo il numero di alunni per classe, che non dovranno superare i 20 nelle classi che non presentano problemi; avremo a cuore l’integrazione dei più fragili e svantaggiati, inserendoli in classi con un numero di studenti che non superi i 15; nelle zone in cui il disagio sociale è forte proporremo una didattica per piccoli gruppi, l’unica che possa garantire la circolarità della comunicazione; abbatteremo la burocrazia che soffoca la nostra scuola e che riduce molti processi ad una pura compilazione di moduli su moduli; ci dedicheremo con particolare attenzione agli studenti più piccoli, perché è dall’inizio, dalle primarie, che si costruisce una salda cultura e un buon rapporto con la scuola; non ci dimenticheremo della scuola dell’infanzia tuttora assente (o quasi) in molte aree del Paese.


6.5.21

Avanti tutta con l'aziendalizzazione

 Nel suo intervento alla Camera dei Deputati il Ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi ha delineato le linee programmatiche in cui si può cogliere una volontà di innovazione e di slancio che è impossibile non apprezzare, tuttavia nel suo discorso si possono cogliere anche passaggi che ci riportano indietro, verso quelle scelte che si sono già dimostrate fallimentari e che si possono riassumere in due parole: "aziendalizzazione" e "gerarchizzazione" della scuola.

In particolare al 40° minuto del video possiamo ascoltare il riferimento alla importanza che viene attribuita al ruolo dei dirigenti come se la qualità della scuola sia basata sulla buona organizzazione piuttosto che sulla qualità personale degli insegnanti. 

In un altro passaggio (26') il Ministro mette in luce l'importanza degli ITS. Al riguardo è utile leggere le osservazioni del sindacato Cobas che denuncia l'opacità con cui finora sono stati gestiti gli ITS in quella forma mista tra pubblico e privato che in Italia non ha mai dato buoni frutti.

8.1.21

Le mani sull'Università

Un articolo di Francescomaria Tedesco ci spiega perché le idee di Matteo Renzi sull'Università sono dannose e pericolose. Una spiegazione inutile per chi ricorda cos'è stata la riforma della "Buona Scuola" approvata nel 2015. Per l'Università Renzi ora propone una ricetta molto simile: aziendalizzazione, privatizzazione, deregulation e concentrazione del potere.

La ricetta neo-liberista che ha già distrutto la sanità e la scuola pubblica riproposta per l'ennesima volta con gli stessi abusati trucchi retorici della lotta ai fannulloni. 

4.1.21

L'obbligo di difendersi dalla distruzione

Alessandro Barbero è un insigne storico, un eccellente docente di storia. Nessuno riesce a rendere viva e interessante la storia al par suo. Il suo talento narrativo gli ha fatto guadagnare il premio Strega per la letteratura. Sono doti che trovano fondamento sul suo elevato spessore culturale e sulla sua piena indipendenza di giudizio. Qui vi propongo un'intervista in cui Barbero descrive l'attuale situazione degli insegnanti italiani e della scuola. Una sintesi perfetta.

Gli insegnanti oggi sono una vera e propria categoria “sotto attacco”, da cosa crede che dipenda questo radicale cambiamento nei confronti di una classe che fino a dieci anni fa, era stimata e rispettata?

Intanto, io direi non dieci, ma venti o venticinque anni fa: l’aggressione è cominciata allora. Le cause sono: a livello immediato, la svolta a destra della politica italiana. Questo ha comportato l’antipatia evidente di molti governi nei confronti di un mondo, quello degli insegnanti, tradizionalmente considerato di sinistra.
Ma più in profondità, e in modo più insidioso, la svolta a destra dell’intero mondo occidentale, l’ideologia unica del profitto, l’esaltazione dell’imprenditoria come sale della terra. Ne risulta una classe dirigente che non capisce letteralmente più a che cosa servano la cultura, l’insegnamento, lo spirito critico.

1.10.20

Le mani sulla scuola

 Un libro di Anna Angelucci e Giuseppe Aragno, "Le mani sulla scuola", riprende le argomentazioni già proposte da insigni studiosi in opere di circa venti anni fa.

Se i libri di Lucio Russi (Segmenti e bastoncini - 2000) e di Giulio Ferroni (La scuola sospesa - 1997) avevano lo scopo di metterci in guardia rispetto ai rischi di innovazioni che avrebbero potuto arrecare più danni che vantaggi, ora siamo in una fase avanzata che vede la scuola pubblica italiana già abbondantemente distrutta, e rispetto a questa nuova situazione il libro cerca di ricostruire l'intero percorso che sta portando alla crisi della libertà di insegnare e di imparare

Su Roars c'è una recenzione firmata da Giovanni Carosotti.

24.5.20

Screen New Deal

Nei giorni della quarantena e della DaD abbiamo ascoltato e letto molte lamentele. Alcune riguardavano le connessioni lente o inadeguate oppure i docenti impreparati, ma c'era anche il problema dei sovraffollamenti all'unico PC o tablet disponibile in famiglia, poi c'era il rischio delle piattaforme informatiche non conformi alle regole di privacy o troppo vulnerabili alle intrusioni da cyberbullismo, infine ci sono state le polemiche sindacali sulle nuove modalità di lavoro, non previste e non regolamentate. Però, nonostante tutto, pare che la gran parte degli insegnanti abbia cercato di adeguarsi e di mantenere la continuità delle attività scolastiche. C'è anche chi avrebbe preferito gestire a distanza anche gli esami di stato. E c'è un grande esperto di scuola, Maurizio Tiriticco, che col suo consueto entusiasmo, e con sapienti richiami a Brunner e Skinner, ci invita a guardare alla DaD come una opportunità da cogliere.

Nel mio post precedente ho segnalato due opinioni critiche di una mamma e di una studentessa che, a prescindere da tutto quello che abbiamo già elencato, descrivono la Didattica a Distanza come l'obbligo di "ingerire la pillola giornaliera di una conoscenza sterile" e come un'esperienza "mortifera per l’essere umano".

La DaD costringe a ridurre tutto all'essenziale, cioè alla nozione, allo scheletro delle conoscenze. La scuola mediata dalle nuove tecnologie sarà una scuola fortemente nozionistica, come la vecchia scuola contestata dai sessantottini. Sarà una scuola senza socialità, senza empatia, senza serendipità. Non è difficile immagina un don Lorenza Milani che chiama a raccolta i ragazzi "disconnessi", quelli che non hanno il device e i giga per la connessione.

Basta per poter concludere che questa nuova modalità di insegnamento avrà vita breve, finirà insieme all'efficacia dei decreti emergenziali? Purtroppo no, credo di no. Nel mio post precedente avevo evocato la dottrina della Shock Economy e ora posso proporvi la lettura di un articolo del Guardian firmato da Naomi Klein, la giornalista canadese che ha saputo realizzare la migliore inchiesta sulla dottrina della Shock Economy.

L'articolo originale è qui.

Per chi non ha dimestichezza con l'inglese vi propongo una versione italiana realizzata col traduttore automatico.

27.2.20

Il ruolo della RSU nella scuola dell'autonomia

1999 - sono ormai trascorsi più di vent'anni

Così scrivevano su "Umanità Nuova"

L'ipotesi di contratto sul qual stanno lavorando sindacati e governo non è, di per sé, straordinariamente diversi da quelli degli altri comparti del settore pubblico ma va a cadere su di una categoria per molti versi particolare e che, soprattutto, non è stata appieno addestrata ad accettare questo tipo di contratti e che, a più riprese, ha bloccato i tentativi di introdurre nella scuola modelli aziendalistici anche se più con la resistenza passiva che con la lotta.

In estrema sintesi, il nuovo contratto prevede di concentrare gli aumenti retributivi su alcuni, limitati, segmenti dei lavoratori della scuola, segmenti che andrebbero a porsi come rete di quadri intermedi fra capo di istituto elevato al rango di dirigente e canaglia condannata a basse retribuzioni ed al pubblico disprezzo.



25.2.20

La scuola subalterna all'impresa

La convinzione di tantissimi insegnanti è che esiste una subalternità della scuola rispetto all’impresa e al libero mercato. Tale subalternità si ritorce soprattutto contro i docenti, sempre più sviliti, favorisce l’idea di una scuola verticistica e dirigista.



[continua a leggere su Tecnica della Scuola]

20.2.20

Un piano di squalificazione degli insegnanti

 Non bastava la formazione obbligatoria con cui i docenti, anche quelli di maggiore esperienza, sono ridotti ad apprendisti. Si presume che debbano apprendere metodi, tecniche pedagociche, docimologie, ecc. Ora i soliti esecutori della strategia di aggressione con cui la scuola pubblica diventa mercato della formazione intendono ridurre il livello culturale degli insegnanti. Il piano è ben descritto in un articolo di Giovanni Carosotti recentemente pubblicato su Roars. Ve ne raccomando la lettura.

 La ministra Azzolina ha proposto la laurea triennale come titolo sufficiente per accedere all'insegnamento. La padronanza della materia da parte del docente non è più necessaria!

la sola laurea triennale permetterà di avere a disposizione un personale docente solo parzialmente padrone della propria disciplina e quindi, in virtù di ciò, facilmente condizionabile e manipolabile. Laddove la sua possibilità di successo professionale non risiederebbe più nell’autorevolezza riconosciutagli nel padroneggiare la propria materia d’insegnamento, ma nell’ottemperare, in modo servile e sottomesso, alla volontà delle autorità ministeriali di applicare le metodologie didattiche cosiddette “innovative”

L'unica cosa che sarà richiesta ai futuri "professori" sarà la conoscenza dei metodi didattici più "innovativi" che di solito sono metodi privi di qualunque vero fondamento pedagogico, come la"didattica per competenze" si cui le scuole sono state bombardate negli ultimi anni. Numerose personalità intellettuali di prestigio hanno più volte rimarcato che tali innovazioni sono destituite di ogni fondamento. 

Esiste una corposa serie di studi che denuncia "come l’interesse di alcuni poteri per la scuola sia di tipo strumentale, atto a realizzare un disegno strategico finalizzato al controllo dell’istituzione scuola da parte dei principali poteri economici, secondo una classica intenzione della cultura politico-economica neo liberista.  Che la volontà politica da parte di questi poteri è quella di imporre alla scuola un modello di organizzazione lavorativa – quello dell’impresa - che, se definitivamente realizzato, metterebbe a rischio non solo il contenuto irrinunciabile espresso dall’articolo 33 della Costituzione, ma la stessa funzione culturale e civile che la scuola deve attivare secondo i principi costituzionali".

27.11.19

La settimana corta è illegale?

Sono molte le scuole che hanno adottato la settimana corta. L'aziendalizzazione forzata delle scuole rende quasi ovvia la scelta che imita le aziende anche nel calendario, però c'è qualcuno che si chiede se esiste qualche motivazione di ordine didattico (Carlo Alberto Bacilieri) e c'è anche chi si chiede se la riduzione a cinque giorni della settimana scolastica sia legalmente consentita (Pasquale Violante).

In effetti basta consultare il decreto legislativo 297/1994, tuttora vigente, per scoprire che l'art.74 terzo comma, impone che
Allo svolgimento delle lezioni sono assegnati almeno 200 giorni

La norma non ammette alcuna deroga e non è difficile calcolare che la settimana corta consente di raggiungere circa 165 giorni, al massimo si riesce ad arrivare a 170 giornate di attività didattica. Non è possibile considerare nel calcolo anche le giornate senza lezione e la legge non consente di sostituire il calcolo della giornate con un equipollenza in ore.  Perciò è chiaro che le scuole con orario su settimana corta si trovano in una situazione di illegalità, ma prima di invocare un cambio di legge per sanare la situazione sarebbe opportuno verificare se ci sono vere esigenze didattiche per farlo. L'esperienza sembra dimostrare il contrario.