Una norma contenuta nel bando di concorso per accesso all'insegnamento escludeva dalla partecipazione al corcorso i docenti già in ruolo. Ora quella norma è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale. (link alla sentenza)
Potrebbe sembrare una questione di poco conto perché gli esclusi hanno già la loro cattedra, quindi il danno non c'è. Perché un docente già assunto dovrebbe chiedere di essere nuovamente assunto come docente? Invece quella norma giustamente cancellata era un pessimo segnale. Una delle tante assurdità prodotte dalle recenti "innovazioni" veicolate sotto l'ingannevole nome di "buona scuola".
Le esclusioni corrispondono sempre ad una visione illiberale. Il concorso si fa per scegliere le persone migliori a ricoprire un certo ruolo. Nessuno dovrebbe essere escluso dalla possibilità di concorrere. Nel vecchio Regno d'Italia si escludevano le donne da molte professioni. Non adatte a svolgere la funziona giudiziaria. Poi s'è capito che non era vero. Ora le donne possono intraprendere anche la carriera militare. Ma nonostante l'art. 3 della Costituzione che vieta le discriminazioni si continuano a fissare limiti di età: se hai ventinove anni puoi partecipare, se invece hai già compiuto i trenta no. Sono discriminazioni illogiche, ma in un paese affezionato alle norme bizantine le discriminazioni resistono e ora se ne inventano di nuove.
Perché un professore di italiano che ha conseguito anche la laurea in filosofia non potrebbe concorrere per la cattedra di filosofia? Perché un professore di scuola media non potrebbe concorrere per una cattedra di liceo? I burocrati del Ministero hanno cercato di difendere l'esclusione affermando che il concorso aveva lo scopo di immettere in ruolo i docenti precari, ma l'argomento è stato giustamente censurato della Corte. L'eventuale attribuzione di una nuova cattedra all'insegnante di ruolo non toglierebbe nulla agli altri visto che vincendo il concorso dovrà liberare la cattedra che occupava in precedenza. Ma sembra che questa cosa non sia comprensibile per gli esperti del Ministero i quali cadono anche in contraddizione perché se l'intento era quello di dare lavoro a chi non ce l'ha, avrebbero dovuto escludere tutti i dipendenti di ruolo di qualunque amministrazione dello Stato e forse anche i dipendenti a tempo indeterminato di imprese private, invece i docenti regolarmente assunti da scuole private erano ammessi e i dipendenti di altre amministrazioni anche. L'esclusione riguardava solo i docenti di ruolo che dovrebbero evidentemente restare bloccati alla loro cattedra.
Si parla spesso di meritocrazia e si parla spesso dei benefici che il sistema economico potrebbe trarre dalla flessibilità e dalla mobilità dei lavoratori, di fatto i nostri governi sembrano refrattari a questi principi liberali. Meritocrazia significa far partecipare tutti per poter scegliere il più meritevole. Flessibilità significa che un docente che ha sviluppato nuovi interessi o semplicemente voglia evitare la noia di un insegnamento che dopo tanti anni gli appare ripetitivo possa cambiare. Quando un docente riesce a migliorare la propria situazione se ne avrà un miglioramento anche nel suo modo di insegnare e ciò diventa un benefico per gli studenti. Perché precludere queste possibilità che non arrecano danno a nessuno?
Un sistema liberale non può ammettere esclusioni, divieti o preclusioni che non abbiano una seria motivazione, ma l'insegnamento richiede qualcosa in più: il Ministero dovrebbe incentivare i cambiamenti, dovrebbe consentire e facilitare gli scambi di cattedra, perché la noia danneggia l'insegnamento. Vedo molta malafede in chi esalta la flessibilità solo per mascherare la facilità di demansionamento e di licenziamento. La flessibilità invece è un valore quando è volontaria e per la stessa ragione bisogna agevolare anche la mobilità volontaria che prima c'era. I concorsi per insegnamento erano tradizionalmente articolati per regioni e province. Ognuno poteva scegliere la provincia per la quale concorrere e di conseguenza la regione dove svolgere il concorso. Molti meridionali concorrevano nelle province del nord dove ritenevano di avere maggiori possibilità. Era un sistema libero e nessuno s'è mai lamentato. Chi non aveva la possibilità di spostarsi in altre province concorreva nella propria con la consapevolezza di avere meno possibilità.
L'ultimo concorso per l'accesso all'insegnamento docenti ha provocato forti proteste da parte di chi s'è sentito "deportati" perché costretto ad andare dove non avrebbero voluto. Sembrava che i nuovi immessi in ruolo si volessero arrogare "il diritto di insegnare sotto casa". No, credo che nessuno abbia mai preteso un tale diritto e forse era eccessivo parlare di deportazione, ma resta incomprensibile la decisione di abolire la libertà di scelta. Ora questo metodo sbagliato viene esteso anche al concorso per dirigente scolastico, quindi non è un errore, c'è un preciso orientamento politico totalmente illiberale.
Provate ad immaginare un candidato napoletano che sarebbe ben lieto di poter lavorare a Vicenza dove già risiede una sorella, ma si troverebbe molto a disagio a Milano, dove non ha conoscenti e dovrebbe affrontare maggiori spese. Nello stesso tempo potrebbe esserci un candidato di Verona che preferisce Milano, dove potrebbe frequentare una specializzazione universitaria, piuttosto che spostarsi nella vicina Vicenza. Lasciando a ciascuno la possibilità di concorrere nella provincia che più gli aggrada non ci saranno veri o finti "deportati". La libertà non fa male a nessuno e nessuno se ne può lamentare. Chi decide di non spostarsi perde qualche chance e non potrà lamentarsi delle conseguenze della sua spontanea scelta. Invece quando arriva un gerarca a stabilire i posti, con o senza algoritmo, si lamenteranno quasi tutti. A cosa serve?
La libertà comporta una assunzione di responsabilità che riduce i conflitti e gli abusi. Allora perché non lasciare che siano gli stessi candidati a scegliere la regione e la provincia nella quale concorrere? Perché questa mania di concentrare tutto orwellianamente in un algoritmo segreto che poi s'è rivelato anche pieno di errori?
Abbandonare i principi liberali è sbagliato. Non lo è solo quando gli ordini partono da un dittatore coi baffi o con la testa rasata. E' sempre sbagliato negare la libertà di scelta, anche se lo fa una pacifica sindacalista dai capelli rossi.