Vi lascio al commento di Anna Angelucci tratto dal preziosissimo Roars.
Conoscenze e competenze. Considerazioni sull’insegnamento, a margine dell’abolizione del tema libero
Andrea
Gavosto è un economista, presidente della Fondazione Giovanni Agnelli,
membro di Confindustria e del comitato tecnico-scientifico
internazionale istituito dal MIUR per la messa a punto del sistema
nazionale di valutazione delle scuole. Il plauso che Gavosto esprime nei
confronti delle modifiche appena apportate alla prova d’italiano
nell’esame di terza media – e in dirittura d’arrivo alla maturità – non
può non suscitare in molti di noi insegnanti legittime preoccupazioni.
In che cosa consistono queste modifiche? Sostanzialmente
nell’eliminazione del tema libero, a vantaggio di prove strutturate di
narrazione, comprensione, analisi e/o riassunto del testo. A che serve
il tema? A che servono i saperi teorici? A che serve la ricerca di base?
‘Competenze’ è la parola chiave per comprendere il cambio di paradigma
in atto. Un armamento leggero, perfettamente coerente con un mondo del
lavoro sempre più dequalificato e automatizzato, il mondo di venditori e
di addetti ai servizi a bassissimo costo che popola call center,
magazzini per l’e-commerce, logistica, grandi catene di distribuzione.
Quando il trionfo delle ‘competenze’ sarà definitivamente celebrato,
piattaforme a pagamento erogheranno saperi procedurali digitalizzati;
agenzie private li misureranno e li certificheranno; società di revisori
dei conti e di consulenza aziendale ne valuteranno l’utility e il value
for money. Gli studenti, dotati dei soli frames di interpretazione
della realtà dati dalla realtà, ‘sapranno essere’ perfettamente
adeguati.
Ora, quello che
voglio sono i Fatti. Insegnate a questi ragazzi e a queste ragazze Fatti
e niente altro. Solo di fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate
altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la
mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro
assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei
figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli.
Tenetevi ai Fatti, signore!
Charles Dickens, Tempi difficili, 1854
Io credo che la cultura sia il presentimento di quello che non si sa
Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, 2000
Leggo sempre con interesse, anche se non
disgiunto da certa apprensione, gli interventi di Andrea Gavosto sulle
riforme della scuola pubblica italiana. Andrea Gavosto è un economista,
consulente d’azienda, consigliere d’amministrazione di istituzioni
politico-economiche italiane e internazionali, presidente della
Fondazione Giovanni Agnelli, membro di Confindustria e del comitato
tecnico-scientifico internazionale istituito dal MIUR per la messa a
punto del sistema nazionale di valutazione delle scuole. Certamente
titolato a parlare di organizzazione scolastica, di gestione delle
scuole autonome, di governance di un’istituzione pubblica fortemente privatizzata con le leggi 59 del 1997 e 107 del 2015[1].
Un po’ meno, forse, quando si parla di programmi, insegnamento, prove
d’esame e riforme: tutte cose che, più che ai desiderata degli
economisti, dovrebbero ispirarsi a orizzonti culturali di ampio respiro e
a politiche sociali largamente condivise dentro e fuori le aule
scolastiche.
Ma che ormai scuola e università
pubbliche siano state assoggettate alle esigenze utilitaristiche del
libero mercato, attraverso una manovra a tenaglia che ha accompagnato il
definanziamento e la riduzione delle risorse ad una progressiva
disarticolazione interna delle loro attività e della loro originaria
funzione istituzionale e costituzionale, è un dato di fatto ineludibile,
forse irreversibile. Dunque il plauso che l’economista Gavosto esprime
nei confronti delle modifiche appena apportate alla prova d’italiano
nell’esame di terza media[2] – e in dirittura d’arrivo alla maturità – non può non suscitare in molti di noi insegnanti legittime preoccupazioni.
In che cosa consistono queste modifiche?
Sostanzialmente nell’eliminazione del tema libero, a vantaggio di prove
strutturate di narrazione, comprensione, analisi e/o riassunto del
testo, sulla falsariga di quanto già fatto in passato per la prima prova
dell’esame di Stato, in cui al tema di attualità o di argomento storico
sono state affiancate prove di analisi del testo letterario e il saggio
breve. Ma la commissione ministeriale oggi guidata da Luca Serianni
promette ulteriori cambiamenti[3].
Ed è facile immaginare che anche alla fine della scuola superiore gli
studenti saranno presto chiamati a cimentarsi col riassunto e non più
col tema. Insomma, il tema libero è destinato a sparire
dall’orizzonte scolastico di ogni ordine e grado. Nell’indifferenza
generale ma col plauso degli economisti.
Sottolinea Gavosto: “Lo svolgimento
dei temi, su soggetti spesso ampi e mal definiti, rispecchia infatti una
scuola che privilegia la capacità di scrittura letteraria,
l’erudizione, l’argomentazione retorica. Questo tipo di scuola è stata
sicuramente capace di generare grandi scrittori e scienziati, letterati,
giornalisti di spicco: ma si è trattato di minoranze esigue. Quanti
hanno utilizzato la forma del tema nel loro lavoro e nella vita
quotidiana?”. E’ una riflessione che si articola in due parti: la
prima è un’illazione in cui si descrive una scuola inesistente, che
indulge compiaciuta in pratiche di argomentazione erudite, lontane anni
luce dalle reali e ben più prosaiche attività di scrittura che si
svolgono in classe (riassunti, commenti, relazioni, recensioni,
articoli, verbali, questionari, piccoli saggi, analisi di testi, temi e
tesine, assai raramente tipologie letterarie e direi mai esercizi di
erudizione!); la seconda è un’interrogativa retorica perfettamente in
linea con la visione utilitaristica dominante: a che serve il tema? A
che servono i saperi teorici? A che servono le conoscenze storiche? A
che servono cinque anni di scuola superiore? A che serve la lezione
frontale? A che servono le discipline? A che serve la ricerca di base?
Una visione che accomuna think tank internazionali, mondo
aziendale, enti formativi, burocrati ministeriali e decisori politici
nell’elaborazione di un progetto condiviso per scuola, università e
ricerca che le metta al servizio del mercato e del profitto.
Per fare questo erano necessari
tre passaggi fondamentali: trasformare la cultura in prodotto;
comprimere l’esercizio della libertà a docenti e discenti; riformulare
il discorso comune. Chiunque di noi lavori nella scuola,
nell’università o nella ricerca sa esattamente attraverso quali
meccanismi di misurazione, quali procedure di verifica, quali
dispositivi burocratico-giuridici di regolazione, quali modalità di governance
e quali efficaci operazioni di mistificazione lessicale e semantica ciò
si sia ampiamente realizzato. Basta solo ricordare qualche acronimo,
VQR, ANVUR, AVA, INVALSI, RAV, PTOF, PNSD, PNF, PdM, o evocare stilemi
ricorrenti, tipo certificazione delle competenze; numero chiuso o
accesso programmato, valutazione della performance, ranking universitari, alternanza scuola-lavoro.
Nella delegittimazione di luoghi, forme e
strumenti del sapere che ha accompagnato, col fiorire degli interventi
normativi, la svalutazione dei percorsi formali, storici,
epistemologici, disciplinari e interdisciplinari di acquisizione delle
conoscenze – in ossequio all’innovatività totemica imposta dal mercato e
recepita dalle istituzioni – lentamente e progressivamente abbiamo
perduto, insieme ai nostri studenti, spazi autonomi di pensiero e
lavoro, e autonome possibilità di elaborazione e di espressione critica.
Un lento giro di vite che, partendo dalle prove di valutazione, ha poi
inesorabilmente stretto su metodologie, contenuti, formazione[4], strumenti e statuti disciplinari[5],
con l’obiettivo non dichiarato – e forse non pienamente compreso dai
tanti protagonisti di questo processo – di creare una nuova forma mentis per tutti, caratterizzata da operatività, flessibilità, resilienza e autoimprenditorialità[6],
ovvero dalla capacità di adattamento acritico alle condizioni di
precarietà sociale ed esistenziale alla quale oggi gli individui
appaiono condannati, in cui ogni libertà di scelta – cosa studiare, che
lavoro fare, dove e come vivere – è ormai da considerarsi un privilegio
per pochi, un’utopia per i più.
‘Competenze’ è la parola chiave per
comprendere il cambio di paradigma in atto. E’ su questo termine e sulle
scelte politiche che esso impone che si gioca la partita della pubblica
istruzione, dell’accesso non vincolato alla conoscenza, della garanzia
di una cultura doppiamente gratuita perché economicamente agibile per
tutti e perché non subordinata necessariamente a fini utilitaristici, ma
soprattutto della libertà dell’insegnamento e dell’apprendimento,
precondizione della democrazia. E’ un termine che nasce nel mondo
dell’impresa e delle professioni e che è stato surrettiziamente
importato nel discorso sulla scuola da una folta schiera di formatori
che sulla ‘fenomenologia delle competenze’ e sui meccanismi del nuovo,
auspicato, modus operandi di docenti e discenti hanno riempito
pagine di libri e costruito feconde carriere accademiche e
ministeriali. E’ un termine d’importazione dall’ambito della gestione
aziendale delle risorse umane[7]
che sembra tuttavia legittimamente afferire al discorso culturale –
ormai pienamente identificatosi con la sola ‘cultura d’impresa’ – e che
convince il senso comune perché rimanda alla battaglia contro il
nozionismo, contro un sapere autoreferenziale, contro la disoccupazione,
contro una cultura teorica avulsa dalla pratica (una cultura che non
favorisce lo sviluppo, che non stimola l’innovazione, che non incrementa
la produttività) ma che, in realtà, ha ben altra valenza psicologica e
sociopolitica perché inaugura una nuova antropologia, un nuovo tipo di
docente e studente ma soprattutto un nuovo tipo d’uomo, adattato, in
termini squisitamente darwiniani, alle caratteristiche e alle esigenze
della contemporaneità.
In concreto, usando il linguaggio che ha egemonizzato il discorso su scuola e università, il
combinato disposto tra ricerca accademica, istanze economiche di
mercato e attività legislativa, saldando le politiche dell’istruzione
alle politiche sul lavoro[8],
sta compiutamente realizzando il passaggio dal ‘sapere’ e ‘saper fare’
al ‘saper essere’, nella creazione del costrutto idealtipico
dell’individuo globale del terzo millennio: dereferenzializzato,
decostituzionalizzato, decontrattualizzato, delocalizzato.
A che serve uno studente?
Le ‘competenze’, nella visione
escatologica dei loro cantori, non sono semplicemente quelle
strettamente legate a contenuti e attività proprie di ogni disciplina;
quelle che, direi da decenni, a scuola, maestri e insegnanti cercano
faticosamente di trasmettere e di far padroneggiare ai propri alunni.
Chi di noi insegna più le declinazioni o le tabelline solo per il gusto
di sentirle recitate a memoria, indifferente al fatto che lo studente
sappia riconoscere e usare quelle nozioni per tradurre correttamente un
brano dal latino o risolvere un problema di matematica? Chi di noi
insegna una lingua straniera chiedendo che si impari un elenco di parole
o una regola grammaticale o sintattica a prescindere dall’uso che se ne
può fare in mille diversi contesti comunicativi? Chi di noi non
riproduce fenomeni naturali o non fa esperimenti e attività manuali in
laboratorio? Chi di noi rievoca un fatto storico del passato senza
metterlo in correlazione col presente? Chi di noi descrive opere d’arte
della tradizione e non chiede agli studenti di confrontarle con le forme
della modernità? O legge una poesia o un brano di romanzo e non li
invita a guardarsi dentro, a esplorare emozioni e sentimenti? Chi di noi
persegue l’apprendimento fine a sé stesso di un qualunque argomento,
accontentandosi di una reiterazione meccanica di quanto letto a casa o
ascoltato in classe, senza chiedere allo studente di mettersi in gioco
interrogandosi sul perché delle cose? Chi di noi considera la cultura
lettera morta da travasarsi faticosamente nelle teste vuote dei nostri
studenti e non, invece, occasione viva, viva, mutevole, cangiante e tra
le più preziose per dare senso alla vita in tutte le sue dimensioni –
professionale, relazionale, affettiva, immaginativa – affinché ogni
studente, quanto più ricco di sapere e quanto più desideroso di sapere,
sappia guardarsi intorno, sappia cercare e sappia discernere, alimenti
dentro di sé curiosità e interesse, riconosca i suoi sentimenti e i
sentimenti degli altri, sappia porsi sempre nuove domande e non si
accontenti di risposte convenzionali e, soprattutto, non sia mai pago di
conoscere, di pensare, di riflettere, di immaginare, di interpretare,
di capire?
Conoscere, pensare, riflettere,
immaginare, interpretare, capire: sono competenze? La conoscenza è una
competenza? Il pensiero è una competenza? La riflessione è una
competenza? L’immaginazione è una competenza? L’interpretazione è una competenza? La comprensione è una competenza?
Davvero si vogliono trasformare gli insegnanti in meri ‘certificatori di competenze’?[9] E gli studenti in idiot savants
abili nella produzione di tecnicalità orientate a questo o quel
‘traguardo di competenza’, a questo o quell’‘obiettivo formativo’, a
questo o quel ’compito di realtà’, confinati in un sapere procedurale
finalizzato e strumentale ma incapaci di un pensiero astratto, gratuito,
originale, divergente, libero, se pure stentato o velleitario o
imperfetto quanto può esserlo il pensiero di un bambino o di un
adolescente?
Non considererò mai, vorrei dire al
professor Serianni, un tema libero di un mio alunno un inutile
“sbrodolamento” autobiografico. E se gli insegnerò a fare il riassunto,
perché credo nell’importanza della gerarchizzazione e della sintesi
delle informazioni, o se gli chiederò di svolgere esercizi di
glottodidattica, perché credo nel valore di una corretta padronanza,
anche formale, della lingua, non per questo smetterò di invitarlo alla
riflessione libera, alla scrittura non guidata né strutturata,
all’esposizione autonoma, ancorchè ingenuamente autobiografica, dei suoi
pensieri e delle sue riflessioni. E non smetterò mai di leggere in
classe e di far leggere a casa testi letterari, perché non è vero, come
crede il professor Serianni, che la lettura del testo letterario è
appannaggio esclusivo dell’adulto colto. Forse non ha mai visto un
bambino chino su un libro di favole, o un ragazzino affascinato dalla
biografia di un personaggio storico o di uno scienziato, o rapito dalla
lettura di un romanzo d’avventure, classico o contemporaneo. Ma se così
fosse, se questo mondo digitale ipersensoriale che allontana i più
giovani dai libri e li fagocita nei suoi innumerevoli schermi avesse
davvero reso la fruizione del testo letterario privilegio dell’adulto
colto, allora saremmo doppiamente colpevoli per aver rinunciato a
custodire e alimentare nei nostri studenti la sfera simbolica del
pensiero astratto che ci caratterizza come esseri umani. Distinguendoci
da tutti gli altri esseri viventi, anch’essi dotati di complesse
capacità comportamentali, percettive e di apprendimento, siamo l’unica
specie che si interroga sul proprio destino, perché unica ad aver
evoluto le capacità per farlo[10].
Il linguaggio serve per pensare, non per
comunicare. Ed è la conoscenza, con il suo valore di testimonianza e la
sue innumerevoli possibilità di insight, con il suo desiderio e
con i suoi orizzonti di libertà, che alimenta il pensiero. Davvero si
vuole ricondurre “la complessità del mondo a un kit di pratiche”[11]? Davvero si vuole ridurre ogni possibilità di sapere alle formule di un algoritmo?
I teorici delle competenze, in buona compagnia degli economisti, affermano che a scuola dobbiamo insegnare l’expertise nel problem solving:
dunque le conoscenze devono essere funzionali a specifici ‘traguardi
cognitivi’ e vanno sempre ‘mobilizzate’ in un contesto d’apprendimento e
valutazione ‘autentico’, assumendole in un’ottica di tipo
costruttivista che, ‘situandole’, ne testimoni il carattere processuale e
strumentale. Perché, affermano, le conoscenze non hanno valore in sé,
ma solo in funzione degli obiettivi formativi che consentono di
raggiungere, degli atti volontaristici che generano per affrontare la
realtà, delle ‘situazioni sfidanti’ che ci scuotono dall’inerzia dei
saperi e ci impongono di metterci alla prova. E piuttosto che alla
rivisitazione contemporanea del nesso marxiano tra teoria e prassi
(benché ci sia anche chi definisce le ‘competenze’ uno “spettro che si
aggira per i corridoi”[12]),
queste teorizzazioni sembrano rimandare al vecchio detto ‘val più la
pratica che la grammatica’. Se le conoscenze ci addormentano e ci
indeboliscono, le ‘competenze’ ci vivificano e ci fortificano, ci
preparano alla lotta per la vita, ci salvano dal risucchio della
fiumana, mettendoci in competizione con noi stessi e con gli altri. Ci
rendono proattivi, come certi prodotti galenici o come la cocaina. Ed
ecco allora che, nelle pagine dei più appassionati, le ‘competenze’
assumono vita propria, scalzano contenuti e discipline ed esautorano i
docenti, la scuola e l’università, in quanto depositari di saperi, ruoli
e funzioni istituzionali anacronistici; perché le ‘competenze’ sono il
frutto di processi di apprendimento esperienziali, non formali e
informali, quindi non necessariamente curricolari e scolastici, i cui
esiti possono essere misurati e certificati da enti esterni, pubblici o
privati. Le ‘competenze’, liberate dal fardello degli ‘oggetti
culturali’ che riempivano i bagagli obsoleti dei vecchi percorsi
formativi e dall’impedimento della concettualizzazione e
dell’interpretazione che gravavano sulle tradizionali forme di
strutturazione di un sapere storicizzato ed epistemologicamente fondato,
diventano così un armamento leggero, funzionale alla moderna idea di
cittadinanza fondata sul vantaggio competitivo e sull’utilità
individuale, perfettamente coerente con un mondo del lavoro sempre più
dequalificato e automatizzato, il mondo di venditori e di addetti ai
servizi a bassissimo costo che popola call center, magazzini per l’e-commerce,
logistica, grandi catene di distribuzione. Un mondo per il quale la
stragrande maggioranza dei lavoratori deve avere capacità basiche di
lettura, scrittura e comprensione testuale, un’infarinatura d’inglese,
abilità elementari con i dispositivi elettronici. La complessità del
conoscere e le difficoltà della costruzione del sapere derubricate per
tutti all’operatività del problem solving. Quindi ecco, nella
politiche per la scuola, la coercizione all’uso e consumo del digitale
imposto come unica strategia di innovazione didattica, che spaccia come
straordinaria possibilità evolutiva il servizio reso alle multinazionali
dell’editoria digitale e degli strumenti informatici, anche a danno
delle capacità metacognitive dei nostri studenti. Ecco il CLIL, che obbliga docenti di storia o fisica o arte a ruminare in classe qualche argomento in basic english.
Ecco l’alternanza scuola-lavoro, che sottrae ore di studio nella
mistificazione dell’addestramento professionale. Ecco l’imposizione
ministeriale coatta della ‘didattica per competenze’[13], delle prove standardizzate, dei test Invalsi e Ocse-Pisa che le misurano e delle procedure burocratiche che le certificano.
A che servono i temi?
Esercizi di incastro o di completamento, parafrasi e riassunti, “scritture vincolate a precisi requisiti”[14]
son più che sufficienti per dimostrare competenze, anche alla maturità.
Non dobbiamo diventare grandi scrittori e scienziati, letterati,
giornalisti di spicco, ci ricorda Gavosto. Dobbiamo imparare a
rispettare consegne specifiche e realistiche, addestrarci alla
produzione guidata: la scuola, oggi, come metafora della neovita.
Quando il trionfo delle ‘competenze’
sarà definitivamente celebrato, non solo il valore legale dei titoli di
studio, con il suo correlato in termini di qualifica professionale e
tutela giuridica, ma gli interi percorsi di studio così come li abbiamo
conosciuti saranno liquidati e il valore di scambio di ogni
apprendimento avrà definitivamente soppiantato ogni residuo valore d’uso
della cultura e dei saperi critici. Piattaforme a pagamento
erogheranno saperi procedurali digitalizzati, con scuole e università
ridotte al rango di mere strutture ospitanti – e paganti – servizi
informatici; agenzie private li misureranno e li certificheranno in
quadri di competenze standardizzate e globali; società di revisori dei
conti e di consulenza aziendale ne valuteranno l’utility e il value for money per il mercato mondiale. Gli studenti, dotati dei soli frames di interpretazione della realtà dati dalla realtà, ‘sapranno essere’ perfettamente adeguati.
Nessuna cultura, nessun presentimento. Padroneggeremo ogni incertezza. Sarà il trionfo dei fatti.
[1] Rispettivamente, Riforma della Pubblica Amministrazione e “Buona Scuola”
[2] http://www.lastampa.it/2018/01/17/cultura/opinioni/editoriali/addio-al-tema-letterario-la-scuola-infrange-lultimo-tab-X3F8zSruvHFawMlP1oDanM/pagina.html
[3] http://www.repubblica.it/scuola/2017/09/18/news/la_svolta_di_mister_italiano_dalle_medie_alla_maturita_meno_temi_e_piu_riassunti_-175793181/
[4] https://www.roars.it/online/un-lucido-attacco-alla-liberta-dinsegnamento-sul-piano-di-formazione-obbligatoria-dei-docenti-italiani/
[5]
Si vedano, ad esempio, gli “Orientamenti per l’apprendimento della
filosofia nella società della conoscenza”, ottobre 2017 MIUR Direzione
Generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema
nazionale di istruzione
[6] Competenze chiave di cittadinanza europea; legge 107/2015, art. 1, c. 7, lettera d
[7] https://www.orientamento.it/indice/le-competenze-cosa-sono-come-rilevarle-come-si-utilizzano-nellorientamento/
[8] Marta Fana, Non è lavoro, è sfruttamento, Tempi Nuovi Laterza, 2017
[9] Linee guida per la certificazione delle competenze del primo ciclo di istruzione – MIUR
[10] Terrence W. Deacon, La specie simbolica. Coevoluzione di linguaggio e cervello, Fioriti Editore, 2001
[12] Mario Castoldi, Valutare e certificare le competenze, Carocci, 2016
[13] Didattica per competenze, innovazione metodologica e competenze di base, MIUR – Piano per la formazione docenti 2016-19
[14] Luca Serianni, L’ora di italiano. Scuola e materie umanistiche, Bari, Laterza, 2010