25.10.16

La pena di morte risolverebbe tutto?

La pena di morte come panacea. Forse non c'è niente di più sconfortante che imbattersi nel desiderio di sottostare a un'autorità che propina morte. C'è in molti ragazzi l'idea che la violenza delle pene sia una garanzia di giustizia e di sicurezza. La pena di morte viene vista come una via per conquistare certezze e sicurezze. La barbarie appare loro come l'unico possibile progresso. Un progresso che in Italia non ci sarà mai, perché l'Italia è uno Stato debole e confuso. E' questo che viene insegnato attraverso una cattiva televisione: lo Stato è il leviatano che ci divora con la sua fame di tasse; lo Stato è la causa di ogni ingiustizia; lo Stato è la maschera dei politici corrotti; lo Stato punisce gli onesti e premia i delinquenti...

Come si può insegnare il diritto ai giovani che ormai vedono le norme di Legge come sterco del mostro statale? Come si può parlare di democrazia e di legalità quando per loro un tiranno potrebbe apparire quasi come un liberatore?


Quale liberazione sperano? Senza gli obblighi e i divieti della Legge ci sarebbe libertà?
La libertà che loro vaneggiano dovrebbe salvarli dal timore delle offese e dei soprusi, perciò la associano all'ammazza-cattivi. Ecco, dicono, basterebbe reintrodurre la pena di morte. Così lo Stato, da una parte lascerebbe piena libertà a loro che sono buoni, dall'altra eliminerebbe definitivamente i cattivi. E' tanto semplice, come si fa a non capirlo. Eppure sembra che maestri e professori (buonisti?) non vogliono capirlo.

La richiesta di una pena capitale genera una schizofrenia di cui non si avvedono. Loro che detestano lo "Stato" sarebbero ben disposti a rafforzarlo concedendogli uno strumento terribile. Non si accorgono della contraddizione. Riescono ad essere così ingenui da pensare che uno Stato autorizzato ad uccidere diventa magicamente buono. Quegli stessi poteri che ora si mostrano corrotti, diventerebbero miracolosamente saggi ed equilibrati.


La pena di morte come deterrente.

"Se ci fosse la pena di morte nessuno oserebbe commettere certi crimini". Davvero? Provate a immaginare un gruppo di malviventi riuniti per organizzare una rapina. Uno con la faccia segnata dalle cicatrici delle coltellate ricevute durante l'ultima rissa, un altro appena tornato da una rischiosissima gara di velocità tra vetture con motori truccati, poi c'è quello che beve e si droga nonostante abbia rischiato più volte di morire per overdose. Per i malviventi la morte è un rischio quotidiano.
"Allora che ne dite? - domanda il capobanda ai compagni. - Ve la sentite di tentare un colpo in banca? Abbiamo vetture con targa falsa, i passamontagna per coprire i volti e possiamo neutralizzare il vigilante, quando si sveglierà sarà tutto finito."
Ecco, ora provate ad immaginare la risposta degli altri.
"Ehi, ma sei pazzo? - gli direbbero - non lo sai che adesso c'è la pena di morte? Potrebbero arrestarci. Sarebbe terribile. No, no, ho paura, non si può fare."
Davvero pensate che sia questa la risposta? Davvero qualcuno può credere che i delinquenti fanno i calcoli sul codice penale? Gente che rischia la vita tutti i giorni avrebbe paura di una ipotetica possibilità di essere condannati?

La pena di morte non spaventa i veri delinquenti, ma a pensarci bene non spaventa neanche i criminali occasionali. Il delitto che viene compiuto in stato di rabbia, quando l'omicida agisce d'impulso, non lascia tempo per riflettere riflettere. Chi agisce in preda a un raptus non può pensare a quale sarà la pena. Chi vuol compiere una vendetta è preso da un furore che non gli consente di guardare oltre. L'effetto deterrente della pena di morte è solo illusorio.

La pena di morte ha un effetto molto negativo sulla coscienza civile.

Se lo Stato può dare la morte (e potrà darla anche agli innocenti perché la giustizia perfetta non esiste) allora la gente s'abitua a pensare che la vita non è molto importante. Se lo Stato può eliminare coloro che trasgrediscono le sue norme, anche altri potranno farlo. La pena di morte normalizza la violenza, la rende più accettabile. Ecco perché il numero dei crimini cresce nei paesi dove vige la pena di morte. Basterebbe questa informazione, nota a tutti gli studiosi di statistiche criminali, per chiudere per sempre il capitolo sulla pena di morte.

La pena di morte non è semplicemente inutile come prevenzione dei crimini, è una soluzione dannosa, porta a un peggioramento che è stato osservato in tutti i casi in cui è stata introdotta dove prima non c'era. Ma soprattuto guasta le coscienze.

Un sistema punitivo efficace non dipende dall'entità della pena.

Se vogliamo avere un sistema punitivo che possa davvero scoraggiare i delinquenti dobbiamo applicare le regole scritte da Cesare Beccaria nel suo libro del 1776, il Dei delitti e delle pene. Ciò che conta, secondo Beccaria, non è la gravità della pena, ma la certezza della pena e la sua immediatezza.

I banditi che organizzano la rapina sono convinti che riusciranno a fare il colpo senza essere catturati e potranno godersi i frutti del loro crimine. Non pensano alla pena. Sono abituati al rischio e pensano ai vantaggi che potrenno ricavarne. Per dissuaderli non basta una ipotetica pena da infliggere a chi sarà catturato e condannato, solo se vedono che nessun rapinatore riesce a farla franca, che tutti vengono catturati e costretti a restituire il maltolto, allora l'idea della rapina diventa una sciocchezza. Nessuno organizzerebbe una rapina solo per finire qualche mese in prigione. La pena è lieve, ma se è una pena certa e immediata, l'effetto deterrente funziona. Questo è il motivo per cui alcuni paesi, come la Norvegia e la Svezia, sono riusciti a ridurre notevolmente la criminalità senza pena di morte e senza neanche la pena dell'ergastolo. Occorre una polizia molto efficiente, ben addestrata con cui la popolazione sia ben disposta a collaborare. Non accadrà mai dove la polizia rappresenta uno Stato che viene continuamente esposto al pubblico disprezzo.

La pena di morte é contraria ai principi della convivenza civile.

La pena di morte non è solo inutile e dannosa rispetto al fine di contrastare la criminalità, essa è anche contraria ai principi dello Stato democratico. Solo una monarchia assoluta o un regime dittatoriale può ammettere l'esistenza della pena di morte. Se il Re o il Dittatore è considerato padrone dello Stato egli sarà anche padrone degli uomini e delle donne che vivono nel suo Stato e potrà sopprimerli con una propria decisione. Ma nello Stato democratico non può esserci un padrone, il potere appartiene alla collettività dei cittadini, quelli buoni e quelli cattivi. La democrazia può affidare ai giudici il compito di infliggere le sanzioni, ma non può dichiararli padroni della vita altrui, neanche se avessimo la certezza di giudici infallibili, perciò la pena di morte è incompatibile con i fondamenti dello Stato democratico.

Quando la condanna colpisce un innocente (eventualità purtroppo inevitabile in qualunque sistema giudiziario) dev'esserci sempre una possibilità di dimostrare l'errore e di annullare la pena. Ma con la pena di morte questo sarebbe impossibile, perciò la pena di morte è incompatibile le finalità di giustizia. Dove c'è la pena di morte lo Stato diventa un assassino e nulla si potrà fare per rimediare agli errori e agli abusi. 

Lo Stato non ha potere sulla vita umana.

Abbiamo già detto che lo Stato democratico non potrebbe ricorrere alla pena di morte neanche se potesse contare su giudici infallibili perché il potere dello Stato non può essere un potere sulla vita. Lo Stato è una comunità di cittatini, gli appareti statali sono strumenti che appartengono a tutti i cittadini. Ogni cittadino, buono o cattivo, ha la propria vita come bene assoluto. La vita è un bene indisponibile. Nessuno conosce l'origine della vita, sappiamo di essere vivi ma non sappiamo come o perché. Possiamo definire il bene e il male, ma non siamo mai sicuri dell'esatto confine.

La vita non è un bene che ci siamo guadagnati in qualche modo, non è nostra. Nessuno è padrone della propria vita. Nessuno ha il diritto di suicidarsi. Il suicida non colpisce solo se stesso, compie un gesto che ferisce profondamente gli affetti di altri persone. Se nessuno può disporre liberamente della propria vita, come si può pensare che gli uomini possano conferire allo Stato un potere che essi stessi non hanno?

La giustizia non è vendetta

Lo Stato ha il potere di punire coloro che trasgrediscono la Legge, ma il potere di punire ha lo scopo di far rispettare la Legge. I giudici pronunciano le loro sentenze "in nome del popolo sovrano", parlano anche a nome degli stessi condannati, perciò la pena non può essere un esercizio di pura violenza, la pena deve avere lo scopo di correggere l'errore e rieducare il condannato, altrimenti diventa vendetta. Il vendicatore non fa giustizia, ma aggiunge un nuovo crimine al crimine già compiuto.

La pena di morte è uno strumento di oppressione politica

Nelle antiche monarchie assolute e nei moderni regimi dittatoriali lo Stato si pone come vendicatore e carca di mostrarsi ai cittadini come un padre autoritario, giusto e infallibile. Però la storia ci insegna che nessun Re e nessun Dittatore è mai stato giusto. La pena di morte è stata sempre usata per colpire gli avversari politici e rinforzare il potere.


Senza il terrore della pena di morte nessun dittatore potrebbe conservare il potere. Chi propone la pena di morte non otterrà mai una giustizia migliore, otterrà solo una dittatura più forte.