La sua affermazione iniziale contiene a mio avviso un errore perchè mette sullo stesso piano la valutazione sociale delle prestazioni lavorative di qualunque professionista (si tratta di una valutazione diffusa che non risparmia i docenti) con la valutazione gerarchica e burocratizzata che non è ammessa per nessuna categoria di professionisti.
Per tutto il resto il dottor Crepet ha ragione. Egli descrive una situazione disastrosa che non riguarda solo la scuola. Dice che è UNA GRANDE TRAGEDIA perché il declino della scuola coincide con una rinuncia all'educazione dei giovani e porterà allo sfascio di tutta la società.
L'opinione di Crepet riguarda casi italiani ma coincide con quella di autori che si esprimono sulla base di altre esperienze, come Francois-Xavier Bellamy.
Crepet denuncia il degrado morale e civile che ci porta a considerare normale la "demeritocrazia", l'affidarsi alla raccomandazione di famiglia che porta a fare la fila per iscrivere i figli in una scuola privata dove basta respirare per conseguire un diploma. Però il problema della facilitazione non è un'esclusiva degli esamifici privati, riguarda tutta la scuola che ormai promuove il 99% degli alunni.
- Ma voi insegnanti pensate che a Shangai si possa promuovere il 99 % ??? - è il grido che Crepet rivolge ad una platea di insegnanti.
Il noto psichiatra sa che gli insegnanti sono vittime, sa che non c'èpossibilità di recuperare autorevolezza con 1200 euro al mese. Sa che sono i genitori a mettere gli smartphone nelle mani dei figli e a denunciare gli insegnanti che ne vietano l'uso in classe. I genitori non educano più, si sono ridotti a preparare gli zainetti ai figli. Ma gli stessi genitori sono obbligati a comportamenti che offendono il buon senso perché è assurdo imporre l'obbligo di accompagnare il figlio a scuola fino a 14 anni:
- La ragazzina di 15anni che ha fatto nottata col tacco a spillo va accompagnata a scuola???
Portare il figlio a scuola fino a 14 anni è qualcosa di insano, parola di psichiatra, che ci avverte: abbiamo già ridotto il quoziente medio di intelligenza del 7%. E non ci importa nulla. Facciamo la fila per iscrivere i figli all'università di Tirana, non a quella di Heidelberg.
Ci siamo ridotti ad avere un DJ che parla di vaccini, sembra che tutta la nostra società è diventata un circo da X-Factor! Questa è una grande tragedia. Questo paese non merita di andare allo sfascio. E dobbiamo anche smetterla di osannare le tecnologie. Un bambino deve giocare col pongo, non con l'I-Pad. Lo scroll non è nulla.
Nello smartphone si può mettere anche la app che fotografa un testo a restituisce la versione tradotta. Ci sono genitori disposti a comprare queste app!!! Cosa ce lo mandano a fare il figlio a scuola se la versione la fa con la app? E voi docenti che ci state a fare a scuola, forse a distribuire le app?Crepet si domanda pure chi sostituirà gli 80mila docenti che stanno per andare in pensione.
Sono tutte domande giuste e importanti. Io me le sto facendo da tempo, ma vorrei anche qualche risposta. E forse qualche risposta si può trovare, a cominciare dal vecchio progetto Ert (se ne parla a questo link) e da quello che abbiamo già ascoltato da altri ricercatori (Francesco Coniglione, Rossella Latempa, Giovanni Carasotti, Pietro Ratto, Enzo Pennetta).
Se avrete la pazienza di ascoltare anche gli altri interventi potrete constatare che le questioni proposte da Crepet ritornano anche nell'opinione degli altri relatori.
Adolfo Scotto di Luzio (professore di Storia della Pedagogia all’Università di Bergamo) attribuisce il declino della scuola all'idea che “tutto quello che i docenti sanno, non vale nulla. La storia, la letteratura, la filosofia, non contano”. Si è persa la consapevolezza che “studiare non è un processo semplice, si studia perché non si sa. È un ostacolo che produce quella che Gramsci chiamava la noia dello studio, perché il ragazzo sta affrontando qualcosa che non conosce. Quindi l’idea che la scuola debba essere accattivante è sbagliata, perché depotenzia la vita individuale che si vive nelle aule”.
Ernesto Galli della Loggia si sofferma sulla perdita di libertà del singolo insegnante e sulla prevalenza che viene data a scelte collettive enfatizzate dal modello dell'Autonomia Scolastica che egli descrive come un autoinganno generato da una condizione di debolezza in cui si sono trovati gli insegnanti.