Didattica a distanza: non era meglio fare poche, semplici cose?
“Io ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali,[...] in qualche modo per il genere umano perduto”
Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia
28 Agosto 2020 | di Alberto Dainese
A chi ritiene che durante la fase della didattica a distanza
si sia fatto poco, da parte degl’insegnanti, oppongo la tesi contraria:
che si sia spesso fatto troppo, o strafatto che dir si voglia. E il troppo, proverbialmente, stroppia.
Sotto la pressione dell’opinione pubblica, sovente caratterizzata da
virulente emozioni d’odio nei confronti d’una categoria reputata
scansafatiche per preconcetto, e sotto i dettami impositivi del
ministero, pur traballanti nella loro cogenza giuridica sia per i
docenti sia per gli studenti, si è messa in moto una modalità di far
lezione che ha quasi schiavizzato le famiglie e gli studenti, e lasciato
prostrati e sfiniti i docenti.
A chi, come me, credeva che – almeno in un primo tempo – dare indicazioni su che cosa studiare e fare nelle more di un ritorno all’ordinario fosse sufficiente, si sono contrapposti gli araldi, i sostenitori, i salutatori dell’avvento, pressato dalla congiuntura, della tanto auspicata reale digitalizzazione e modernizzazione della didattica. Nel volgere dei giorni e poi delle settimane, sembrava che nulla bastasse, che la competizione fosse sempre più aspra, che si dovesse giungere a imporre a tutto il corpo docenti della nazione di abbracciare e implementare i modi nuovi di una didattica invasiva, capillare, indefessa (alcuni dirigenti si sono visti costretti a esplicitare in circolari interne che nei periodi di ponte e festivi la didattica doveva tacere!). Una didattica a distanza, peraltro, che scimmiottava la didattica in presenza (obbligo di presenza, valutazione, etc.
Assegnare un’attività non bastava. Indicare una lettura o il sito di un museo o un programma della RAI non bastava. Ma poi non è bastato neppure inviare guide allo studio, correzioni degli elaborati, indicazioni per il prosieguo autonomo. Si è dovuto far sempre di più: lezioni registrate, lezioni in sincrono, valutazioni a distanza. Presto è parso chiaro che per didattica a distanza si doveva intendere “videolezioni sincrone”: un’equazione tutt’altro che scontata e tutt’altro che auspicabile. Il registro elettronico, con la sua rassicurante ufficialità, è stato sbeffeggiato quale strumento statico e desueto: ecco quindi sdoganate piattaforme private d’ogni tipo. Si è ricorso alla messaggistica, alla posta elettronica, alla videocamera, alle app di gamification della didattica. E anche questo è parso, a un certo punto, non bastare: le lezioni dovevano essere pari all’orario di cattedra, si dovevano segnare assenti e presenti, si doveva valutare come se tutto fosse business as usual. E molto altro ancora, a seconda delle scuole e delle aree geografiche.
Confesso che in molti momenti mi è sembrato tutto estremamente surreale. C’era un che di esagerato, di fuori luogo in tutto.
In un momento in cui silenzio, raccoglimento e studio autonomo erano le
cose più consigliabili. E sull’altare del sacrosanto diritto
all’istruzione si è fatto strame di molti altri diritti, in modo magari
inconsapevole ma altrettanto dannoso.
Ci siamo preoccupati a sufficienza della riservatezza degli
studenti, degli insegnanti e delle rispettive famiglie? Mi sembra di
no. Poche voci, sempre molto timorose, hanno provato a segnalare questi
aspetti. Ma pareva meschino, di fronte a quella che molti ritenevano
un’emergenza educativa (dimentichi che l’emergenza era sanitaria, in
realtà). Pareva una piccineria porre un argine, esplicitare dei caveat,
esercitare prudenza. Perché l’istruzione veniva prima. Certo,
l’istruzione viene prima, ma anche leggere un libro che mi ha indicato
il mio professore e redigerne una sintesi è istruzione, e non pone
rischi di sorta in termini di privacy. Ed è, guarda caso,
quello che si è sempre fatto nei periodi di sospensione delle lezioni
(Natale, Pasqua, mesi estivi). Quest’analogia poteva esser illuminante
nel decidere come portarsi in questo frangente.
Ci siamo preoccupati a sufficienza dei guasti derivanti dall’abuso del digitale?
Non parlo di cyberbullismo ma proprio delle ore passate incollati a uno
schermo, nel chiuso asfittico delle proprie camere. Ci siamo chiesti se
non fosse il caso di ridurre un pochettino questo tempo? Di fare meno
lezioni, di tenere gli studenti impegnati in altro (per una volta, per
qualche settimana o mese, non sarebbe stata la fine del mondo)? Conosco
casi di docenti che hanno erogato tutte le ore di cattedra in forma di
videolezione sincrona e, cosa più grave, conosco le pressioni a livello
collegiale, sia in senso orizzontale che in senso verticale, per imporre
scelte comuni, standardizzate, omologanti in questo senso. Ed ecco un
altro punto. Ci siamo ricordati abbastanza della famosa
formuletta “e libero ne è l’insegnamento”? Ovvero: abbiamo tenuto in
debito conto la libertà d’insegnamento? Anche qui, mi pare poco o punto.
Una delle contraddizioni più macroscopiche della didattica a distanza è
stato l’improvviso e inatteso fervore di tutti nei confronti del
“programma”, parola e concetto espunti dalla legislazione e divenuti, or
sono anni, tabù nelle cerchie del pedagogicamente corretto e nei
corridoi scolastici. Si sente sempre dire che il programma non è tutto,
che i ragazzi imparano anche dalla vita, dallo sport, dal mondo.
Improvvisamente, invece, è stata tutta una corsa al programma. Proprio
nell’unico anno in cui, stante un’emergenza del tutto inedita e di
gravità inusitata, il programma poteva passare in secondo piano. A
favore di che cosa? Di altro: qualche esercizio, buone letture,
riflessioni, attività pratiche (esperimenti, lavoretti, ricerche...)
svolte in famiglia – se possibile – secondo sagge e misurate indicazioni
fornite dagl’insegnanti.
E questo poteva essere anche per i docenti un momento di arricchimento
professionale: leggere quel saggio che prendeva la polvere sul comò,
rivedere la letteratura secondaria su un autore, reperire idee e
strumenti da proporre una volta tornati a scuola. E tutto ciò, si badi
bene, non sarebbe stato fuga in un ozio dorato da privilegiati, per due
ragioni: la prima, che essere docenti non è essere (solo) impiegati che
erogano lezioni ma essere persone di cultura che amano in primis
studiare allo scopo di farsi maestri per le giovani generazioni; la
seconda, che ogni cosa fatta per arricchirsi rende persone e docenti
migliori, e viene – prima o poi – restituita ai propri studenti, attuali
e futuri. Ma l’acredine dell’opinione pubblica nonché
l’efficientismo imperante esigevano sacrifici ed eroici furori da parte
della categoria...
Un ultimo punto mi ha molto toccato: il fatto che sia stata sdoganata la
validità di valutare a distanza, cosa a malapena accettabile a livello
universitario – ove si ha a che fare con adulti consenzienti –
figuriamoci a livello scolastico! Davvero crediamo che si possa valutare
a distanza? Chissà allora come mai, prima dell’emergenza, persino le
università telematiche e gli enti che offrono formazione a distanza
hanno sempre preteso – a buon diritto – l’effettuazione degli esami,
scritti e orali, in rigorosa presenza, al fine di garantire l’opportuna
vigilanza?
Per trarre una conclusione: mi sarebbe piaciuta una didattica a distanza libera, più morigerata, meno isterica.
Non la solita competizione tra insegnanti a fare a gara a chi è più
innovativo (come se l’innovazione fosse di per sé un bene: occorre
verificarlo, non sempre il nuovo è meglio), non i soliti pregiudizi
sugl’insegnanti che non fanno abbastanza, non le solite imposizioni
dall’alto e tra colleghi. Ma tant’è. Così ormai è andata.
[Fonte: Gildainsegnanti]