31.3.07

Le varie forme della violenza

Il mafioso, il fascista, lo sbirro e il bullo sembrano appartenere a situazioni sociali molto diverse, ma c'è una matrice comune in tutte le forme di violenza e di prevaricazione.

Bullismo
Il bullo è il bambino o ragazzo che si prende gioco degli altri, che si diverte a torturare psicologicamente e spesso fisicamente, ad atterrire, a violentare. Il bullo fa tutto per apparire cattivo, convinto che la malvagità gli dà potere sugli altri. E questo potere è evidente perchè nei gruppi giovanili tutte le forme di trasgressione suscitano l'attenzione, la curiosità e anche l'ammirazione.


Genitori e insegnanti spesso considerano gli episodi di bullismo come un semplice gioco, ma il gioco, se è davvero un gioco, non può essere crudele perché la violenza non è mai divertente. Il bullo ride umiliando la vittima, ma la sua risata è solo un ghigno perverso. Nessuno si diverte. Gli educatori hanno quindi il dovere di rimarcare la netta distinzione tra gioco e crudeltà, proprio per evitare confusioni nella mente dei giovani.  Chi usa violenza e crudeltà non è mai uno che gioca, e non è nemmeno un furbo capace di dominare gli altri, è solo un incapace di controllare i propri sentimenti e le proprie paure.

Videogiochi e mass-media    
Alcune ricerche sul bullismo dimostrano che il fenomeno in passato era diffuso tra le classi sociali più povere mentre oggi è presente anche nelle classi agiate. Molti studi hanno cercato di capire se vi è stata un'influenza negativa dei mass-media. Se la violenza contenuta in molti film che riempiono i palinsesti televisivi può aver generato fenomeni di imitazione. Oppure se i videogiochi nei quali il divertimento si associa alla morte di alcuni personaggi possa aver contribuito a trasformare l'istintivo rifiuto della violenza in un bisogno di esercitare violenza.

Squadrismo e razzismo    
C'è un legame molto stretto tra l'insicurezza, la paura degli altri e il bisogno di affermarsi prevaricando. Il bullo aggredisce per non essere aggredito. Ma quando la paura è forte non si riesce a prevaricare con le proprie forze, allora diventa necessario unirsi agli altri, fare branco. Il branco è unito dalla comune insicurezza dei suoi membri. Dal bisogno di fare branco nasce lo squadrismo che è un bullismo di gruppo. Nel branco ciascuno può sentirsi protetto e può nascondere le proprie insicurezze e frustrazioni.
Se non sei capace di atteggiarti a bullo, se non hai coraggio di esibirti da solo, se hai paura di affrontare l'altro allora puoi rifugiarti nel branco e sentirti artefice delle esibizioni e delle violenze commesse dal gruppo.
Protetti dalla forza e dall'anominato del gruppo si ha la sensazione di avere il coraggio e l'aggressività che in realtà ci manca. Non è un caso che il branco colpisce e si accanisce sui soggetti più deboli: barboni, soggetti emarginati, stranieri, donne.
Il branco è un fenomeno tipico dei fascisti, dei nazi-skin, delle tifoserie ultrà dove ognuno rinuncia alla propria individualità per identificarsi completamente col gruppo attraverso i suoi simboli di riferimento che in genere sono i simboli stessi della violenza e del male.
Questi gruppi eleborano finte ideologie che servono a colpevolizzare le loro vittime: si attribuiscono presunte colpe agli stranieri, ai barboni, ai negri, agli ebrei; si trasforma il tifoso della squadra avversaria in un nemico, si annulla la dignità e la personalità della donna da violentare o del povero da brutalizzare, ecc. Qualunque pretesto, qualunque teoria è buona perché in realtà la vittima viene scelta solo in quanto debole e lo scopo della finta ideologia è solo quello di annullare il naturale sentimento di simpatia per il debole.
Anche lo squadrismo è un fenomeno tipico di ceti emarginati e disagiati, ma nei ceti medi esiste qualcosa di analogo che si manifesta nelle forme più dissimulate del mobbing.

Militarismo
L'educazione di tipo militare agevola questi fenomeni. L'apparato militare dello Stato ha lo scopo di difendere la nazione e di dare sicurezza ai cittadini, tuttavia è necessario che i soldati siano capaci di combattere e di usare violenza. La simpatia per la vittima potrebbe paralizzare l'azione del soldato, perciò nei corpi militari il soldato viene addestrato a eliminare i propri naturali sentimenti. Quel meccanismo psicologico su cui si basa la convivenza umana viene respinto come se fosse una tenerezza femminile, una debolezza indegna del soldato. Ma non basta dire al soldato che deve avere l'animo duro, che deve odiare il nemico, perché questo automaticamente avvenga, perciò si usano anche altri metodi. I soldati vengono sottoposti a una dura disciplina che comprende soprusi e violenze gratuite. Questo serve per generare una forte paura. La paura degli anziani e dei superiori diventa terrore panico dei fantomatici 'nemici' e impone al povero soldato la necessità di riscattarsi attraverso una apparente durezza di cuore, la capacità di usare violenza e l'identificazione col corpo militare cui appartiene che sarà sempre modello di forza e di giustizia.

Nel passato di ogni bullo, di ogni squadrista e di ogni razzista c'è sempre una storia infelice: traumi subiti che l'hanno profondamente spaventato, insicurezze familiari, disagio sociale, tutte cose che rendono difficile sia il rapporto con gli altri, sia lo sviluppo di una personalità equilibrata.
Purtroppo il bullismo, l'aggressività, la prepotenza, l'insulto, il disprezzo, non costituiscono rimedi al problema, non contribuiscono ad un reinserimento sociale, ma aumentano la difficoltà di relazione con gli altri e quindi aumentano le insicurezze di fondo. Così si genera una spirale che spinge il bullo innocente verso la devianza sociale e la delinquenza.

I giovani spesso credono che l'affermazione prepotente e violenta sia la scorciatoia per ottenere un riconoscimento, ma questo è vero solo nei gruppi di bambini o di adolescenti, perché in questi gruppi  c'è un'incertezza dei ruoli. L'effetto però è destinato a scomparire man mano che i giovani cominciano ad assumere ruoli e responsabilità nel contesto sociale. Solo allora il bulletto si accorge di aver imboccato una strada che lo porta verso l'emarginazione sociale.