Il mafioso, il fascista, lo sbirro e il bullo sembrano appartenere a situazioni sociali molto diverse, ma c'è una matrice comune in tutte le forme di violenza e di prevaricazione.
Bullismo
Il bullo è il bambino o
ragazzo che si prende gioco degli altri, che si diverte a torturare
psicologicamente e spesso fisicamente, ad atterrire, a violentare. Il
bullo fa tutto per apparire cattivo, convinto che la malvagità gli dà
potere sugli altri. E questo potere è evidente perchè nei gruppi
giovanili tutte le forme di trasgressione suscitano l'attenzione, la
curiosità e anche l'ammirazione.
Genitori e insegnanti spesso
considerano gli episodi di bullismo come un semplice gioco, ma il gioco,
se è davvero un gioco, non può essere crudele perché
la violenza non è mai divertente. Il bullo ride umiliando la vittima, ma la sua risata è solo un ghigno perverso. Nessuno si diverte. Gli educatori hanno quindi il dovere di rimarcare la netta
distinzione tra gioco e crudeltà, proprio per evitare confusioni nella
mente dei giovani. Chi usa violenza e crudeltà non è mai uno che gioca,
e non è nemmeno un furbo capace di dominare gli altri, è solo un
incapace di controllare i propri sentimenti e le proprie paure.
Videogiochi e mass-media
Alcune
ricerche sul bullismo dimostrano che il fenomeno in passato era diffuso
tra le classi sociali più povere mentre oggi è presente anche nelle
classi agiate. Molti studi hanno cercato di capire se vi è stata
un'influenza negativa dei mass-media. Se la violenza contenuta in molti
film che riempiono i palinsesti televisivi può aver generato fenomeni di
imitazione. Oppure se i videogiochi nei quali il divertimento si
associa alla morte di alcuni personaggi possa aver contribuito a
trasformare l'istintivo rifiuto della violenza in un bisogno di
esercitare violenza.
Squadrismo e razzismo
C'è
un legame molto stretto tra l'insicurezza, la paura degli altri e il
bisogno di affermarsi prevaricando. Il bullo aggredisce per non essere
aggredito. Ma quando la paura è forte non si riesce a prevaricare con le
proprie forze, allora diventa necessario unirsi agli altri, fare branco.
Il branco è unito dalla comune insicurezza dei suoi membri. Dal bisogno
di fare branco nasce lo squadrismo che è un bullismo di gruppo. Nel
branco ciascuno può sentirsi protetto e può nascondere le proprie
insicurezze e frustrazioni.
Se non sei capace di atteggiarti a
bullo, se non hai coraggio di esibirti da solo, se hai paura di
affrontare l'altro allora puoi rifugiarti nel branco e sentirti artefice
delle esibizioni e delle violenze commesse dal gruppo.
Protetti
dalla forza e dall'anominato del gruppo si ha la sensazione di avere il
coraggio e l'aggressività che in realtà ci manca. Non è un caso che il
branco colpisce e si accanisce sui soggetti più deboli: barboni,
soggetti emarginati, stranieri, donne.
Il branco è un fenomeno
tipico dei fascisti, dei nazi-skin, delle tifoserie ultrà dove ognuno
rinuncia alla propria individualità per identificarsi completamente col
gruppo attraverso i suoi simboli di riferimento che in genere sono i
simboli stessi della violenza e del male.
Questi gruppi eleborano
finte ideologie che servono a colpevolizzare le loro vittime: si
attribuiscono presunte colpe agli stranieri, ai barboni, ai negri, agli
ebrei; si trasforma il tifoso della squadra avversaria in un nemico, si
annulla la dignità e la personalità della donna da violentare o del
povero da brutalizzare, ecc. Qualunque pretesto, qualunque teoria è
buona perché in realtà la vittima viene scelta solo in quanto debole e
lo scopo della finta ideologia è solo quello di annullare il naturale
sentimento di simpatia per il debole.
Anche lo squadrismo è un
fenomeno tipico di ceti emarginati e disagiati, ma nei ceti medi esiste
qualcosa di analogo che si manifesta nelle forme più dissimulate del mobbing.
Militarismo
L'educazione
di tipo militare agevola questi fenomeni. L'apparato militare dello
Stato ha lo scopo di difendere la nazione e di dare sicurezza ai
cittadini, tuttavia è necessario che i soldati siano capaci di
combattere e di usare violenza. La simpatia per la vittima potrebbe
paralizzare l'azione del soldato, perciò nei corpi militari il soldato
viene addestrato a eliminare i propri naturali sentimenti. Quel
meccanismo psicologico su cui si basa la convivenza umana viene respinto
come se fosse una tenerezza femminile, una debolezza indegna del
soldato. Ma non basta dire al soldato che deve avere l'animo duro, che
deve odiare il nemico, perché questo automaticamente avvenga, perciò si
usano anche altri metodi. I soldati vengono sottoposti a una dura
disciplina che comprende soprusi e violenze gratuite. Questo serve per
generare una forte paura. La paura degli anziani e dei superiori diventa
terrore panico dei fantomatici 'nemici' e impone al povero soldato la
necessità di riscattarsi attraverso una apparente durezza di cuore, la
capacità di usare violenza e l'identificazione col corpo militare cui
appartiene che sarà sempre modello di forza e di giustizia.
Nel
passato di ogni bullo, di ogni squadrista e di ogni razzista c'è sempre
una storia infelice: traumi subiti che l'hanno profondamente
spaventato, insicurezze familiari, disagio sociale, tutte cose che
rendono difficile sia il rapporto con gli altri, sia lo sviluppo di una
personalità equilibrata.
Purtroppo il bullismo, l'aggressività, la
prepotenza, l'insulto, il disprezzo, non costituiscono rimedi al
problema, non contribuiscono ad un reinserimento sociale, ma aumentano
la difficoltà di relazione con gli altri e quindi aumentano le
insicurezze di fondo. Così si genera una spirale che spinge il bullo
innocente verso la devianza sociale e la delinquenza.
I
giovani spesso credono che l'affermazione prepotente e
violenta sia la scorciatoia per ottenere un riconoscimento, ma questo è vero solo nei gruppi di bambini o di adolescenti, perché in questi gruppi c'è un'incertezza dei ruoli. L'effetto però è destinato a scomparire man mano che i giovani
cominciano ad assumere ruoli e responsabilità nel contesto sociale. Solo
allora il bulletto si accorge di aver imboccato una strada che lo porta
verso l'emarginazione sociale.