3.9.14

Valutare e punire

Il titolo scelto è perfetto. Dice tutto, almeno a chi ha avuto la fortuna di leggere e di studiare Foucault e le sue analisi delle varie forme di potere. "Valutare e punire" è il titolo del libro di Vale­ria Pinto, docente di filo­so­fia teo­re­tica all'Università Fede­rico II di Napoli.

Valutare è molto più di sorvegliare. La valutazione presuppone una fase di sorveglianza a cui si aggiunge un giudizio basato, si suppone, su una misurazione.


Nel celebre testo di Michael Foucault, "Sorvegliare e punire", si evidenziavano gli effetti della sorveglianza esaminando il progetto del Panopticon ideato da Bentham, un carcere dove il prigioniero era costretto a vivere in una stanza sottoposta a perenne sorveglianza da parte di guardiani che erano collocati in una zona non visibile dell'edificio. Il detenuto poteva essere visto in ogni momento, la sua stanza era totalmente visibile, senza nascondigli, ma lui non aveva la possibilità di vedere i guardiani, che restavano nascosti dietro un sistema di tende, quindi si sarebbe sentito sotto osservazione anche se dietro le tende non ci fosse mai stato nessuno.



Il Panopticon era una macchina di sorveglianza che poteva funzionare anche in assenza dei guardiani perché il prigioniero sarebbe stato sempre costetto ad agire da sorvegliato. Si sarebbe sorvegliato da sè, controllando e limitando i propri comportamenti. Bentham aveva progettato il Panopticon nella convinzione che la sorveglianza sarebbe stata molto più efficace di qualunque altra pena: sorvegliare è punire.

Foucault ci ha insegnato a riconoscere le tecniche di controllo e di potere nelle varie istituzioni concentrazionarie dell'era moderna, dal carcere all'ospedale, dalla fabbrica alla scuola. La scuola è nata come macchina di sorveglianza e di correzione, ma finora i sorvegliati erano solo gli alunni. L'educazione era intesa come soggezione al potere degli adulti. I ragazzi dovevano essere formati, con le buone o con le cattive. Agli insegnanti spettava il compito dei guardiani, cioè dovevano sorvegliare e punire.

Oggi la macchina della sorveglianza amplia il proprio campo d'azione, non si rivolge più alla sola educazione dei giovani, ma si estende anche agli adulti. A questo scopo è stato formulato il principio della formazione long life learning. I cittadini del mondo globalizzato devono formarsi e ri-formarsi durante l'intero arco della loro vita. E' una necessità perché ormai tutti i lavori sono diventati precari e ognuno dev'essere mobile, flessibile, riadattabile, quindi non potrà sottrarsi ad una sorta di ri-educazione permanente, in una condizione da minorenne da cui non potrà mai emanciparsi. 
Nella riforma della scuola - dichiara Valeria Pinto - c’è il «regi­stro nazio­nale dei docenti», dove que­sti saranno trac­ciati in tutte le loro atti­vità, costan­te­mente sotto con­trollo, per «indi­vi­duare coloro che meglio rispon­dono al piano di miglio­ra­mento pre­po­sto».
Il posto fisso non esiste più, è ormai considerato un privilegio di altri tempi. Ma senza posto fisso il lavoratore è spossessato. La sua eventuale permanenza dipende dalla valutazione, il suo eventuale reinserimento dipende dalla valutazione. Si valuta la produttività.
In tutto que­sto forse una novità c’è: la vio­lenza, la net­tezza, con cui emerge il dise­gno di spos­ses­sa­mento. 
La valutazione è lo strumento con cui si potrà indicare al sorvegliato il modo in cui dovrà correggersi per migliorare la valutazione. Ma chi sono i sorveglianti? Chi stabilisce i criteri di valutazione? Su quale scala di valore si determinano i criteri?

Per farci accettare un sistema che dovrebbe apparire peggiore di un incubo orwelliano è stata diffusa una retorica pubblica basata sui concetti di 'efficienza',  'miglioramento' e anche di 'meritocrazia'. Queste parole ci inducono a pensare che i parametri di valutazione siano oggettivi, determinabili tecnicamente in modo indiscutibile. Ma chi sono i custodi del presunto sapere tecnico che potrà governare i piani di miglioramento? Probabilmente non li vedremo mai, perché sono come i guardiani del Panopticon, potrebbero non esistere. La società dalla valutazione perpetua sarà una macchina nella quale ci controlleremo e ci valuteremo da noi stessi, all'infinito.
Valeria Pinto ci avvisa: gli obiet­tivi coin­ci­dono con i «por­ta­tori di inte­ressi», che alla fine sono solo inte­ressi di classe, gli unici dotati della forza per imporsi su altri.

La macchina omnivalutante sembra essere già in azione. Se qualcuno rifiuta la sorveglianza e tenta di sottrarsi alla valutazione si espone all'accusa di pretendere un "privilegio", l'accusa in genere proviene dai pari, da chi non ha saputo o voluto sottrarsi al sistema delle valutazioni. Poco importa che siano valutazioni effettive o solo immaginarie.
Qui forse solo ora qual­cuno ini­zia a capire cosa signi­fica valu­ta­zione: un poten­tis­simo stru­mento di cen­tra­liz­za­zione del potere e di spos­ses­sa­mento di chi è impe­gnato sul campo.
Chi valuta l'idraulico? Chi valuta il manager? Chi valuta il medico? Chi valuta il commercialista? Forse nessuno, forse la loro reputazione si costruisce sul chiacchiericcio; ogni professionista o mestierante ha modo di guidare e disorientare i propri clienti, di intimorire i propri pazienti, eppure  tutti si sentono osservati e valutati e perciò tutti pretendono che anche gli altri lo siano. Il circuito valutativo sembra equo proprio perché generalizzato. Dietro le tende della torre di guardia forse non c'è nessuno, forse ci siamo tutti, a turno, per controllarci e valutarci reciprocamente. Però qualcuno dovrebbe anche chiedersi chi e perché ha costruito questo gigantesco Panopticon in cui siamo tutti reclusi e valutati continuamente come condannati. Ma chi ci ha condannato? per quale colpa siamo stati condannati?

Nell'intervista pubblicata oggi su Il Manifesto la professoressa Pinto spiega che il sistema delle valutazioni si fonda su una presunta meritocrazia che ha la finalità di graduare i meriti di ciascuno, in realtà la finalità è solo conservativa.
Ren­dendo le dise­gua­glianze accet­ta­bili su basi razio­nali ed eti­ca­mente legit­time, la meri­to­cra­zia risponde all’esigenza di man­te­nere fermo l’ordine sociale esi­stente. Non com­batte le dise­gua­glianze, ma si pre­oc­cupa di legit­ti­marle. In que­sta cor­nice l’istruzione è l’arma per la per­fetta razio­na­liz­za­zione dell’esclusione. Il modello che si pro­spetta per la scuola è questo.
Gli insegnanti, storicamente abituati a valutare, non accettano facilmente di assoggettarsi alla valutazione. Le loro resistenze vengono stigmatizzate come pretesa di conservazione di un privilegio. In realtà gli insegnanti sono sempre stati sottoposti al generico giudizio di alunni e genitori, la loro condizione non è diversa da quella dell'idraulico e del commercialista, esposti al giudizio del cliente, ma l'insegnante oggi è scelto come facile cavia perché la scuola è un dispositivo pronto per organizzare una valutazione formalizzata.
Par­liamo di un pro­cesso che in più sol­le­cita, come fa Renzi sulla scuola, una «spon­ta­nea» ade­sione a quanto richie­sto dall’alto. Del resto lo stato valu­ta­tivo fun­ziona così: solo con la com­pli­cità di coloro che vi sono sot­to­po­sti. Non a caso c’è chi parla di «ser­vitù volon­ta­ria». A me pare più rispon­dente l’idea fou­caul­tiana di gover­na­men­ta­lità: pro­durre sog­get­ti­vità auto­no­ma­mente con­formi alle pro­ce­dure attese. Siamo davanti a una mac­china poten­tis­sima, a dispo­si­tivi glo­bali di tra­sfor­ma­zione, pro­getti gran­diosi. E biso­gne­rebbe attac­carli diret­ta­mente, attac­care da ogni lato.
Gli insegnanti sono invitati ad accettare la valutazione in cambio di una promessa di carriera (carriera impossibile per le ragioni che abbiamo già spiegato), inoltre gli insegnanti spodestati sono sempre più esposti a rischi e sarà facile portare dentro le aule scolastiche le telecamere di sicurezza: un controllo totalizzante.