Per il vocabolario Zingarelli far carriera significa "procedere bene nella professione prescelta ottenendo promozioni e avanzamenti e raggiungendo i livelli più alti".
I LIVELLI
Quindi il presupposto di una carriera è l'esistenza di una organizzazione basata su una scala di diversi livelli.
Dunque sarà possibile immaginare un tabaccaio che procedere bene nella sua professione e, se l'attività gli rende buoni profitti ne avrà adeguate soddisfazioni, però non avrà mai una promozione, non può fare carriera. Resterà sempre un tabaccaio, come il dentista che resta sempre dentista, anche se fosse il più bravo di tutti i dentisti. Nessuno vuol negare loro una possibilità di carriera, ma purtroppo in quei mestieri non esiste un livello più alto a cui farsi promuovere, non c'è un super-tabaccaio, né un super-dentista.
La progressione di carriera esiste solo dove c'è una scala gerarchica. Quella dei militari è una vera carriera che consente di procedere nei gradi via via più alti. Il caporale che diventa sergente e poi maresciallo, ha ottenuto vere promozioni perché assume funzioni diverse e più importanti all'interno dell'organizzazione militare. Anche all'interno delle aziende e degli apparati amministrativi c'è una gerarchia che pone su livelli diversi le mansioni svolte dagli impiegati. Il dattilografo che viene promosso segretario e poi viene promosso funzionario, non continua a svolgere le stesse funzioni con una paga più alta. Fa carriera perché cambia mestiere e va a collocarsi ad un livello più elevato, dove sono richieste maggiori competenze. Di solito alla progressione di carriera corrisponde anche una progressione economica. Attenzione però, un semplice aumento di paga concesso al dattilografo o al caporale, che restano al loro posto, non sarebbe una progressione di carriera.
Torniamo agli insegnanti. Può esistere una carriera nell'insegnamento? La risposta positiva presuppone l'esistenza di una gerarchia o di diversi livelli di insegnamento, non basta una progressione economica. La tabella degli attuali scatti retributivi posta a p. 49 sotto il titolo: come funziona oggi la carriera dei docenti è molto ingannevole. Per i docenti, come i dentisti e i tabaccai, la carriera non esiste. Non si può e non si deve confondere la carriera con l'aumento di stipendio. L'insegnante farà sempre l'insegnante, fin dal primo giorno di insegnamento svolge la funzione più elevata che esiste dentro una scuola, così come il medico svolge la funzione principale del sistema sanitario nazionale e dev'essere inquadrato come "dirigente medico" fin dal primo giorno di servizio.
Cosa dire della progressione economica? Gli scatti di anzianità premiano una crescita professionale presunta. Dovrebbero corrispondere a una reale crescita di esperienze che non sempre produce un miglioramento di qualità dell'insegnamento, comunque la progressione per anzianità non discrimina e presenta il vantaggio di seguire i crescenti bisogni familiari del lavoratore. Come altre voci accessorie della retribuzione (assegni di famiglia, sussidi per invalidità, sgravi fiscali) non guarda al lavoro svolto o al merito personale, quanto piuttosto alla giustizia sociale che non è roba da buttar via.
LA CARRIERA
La carriera dei docenti non esiste e può essere creata annullando l'anzianità o altri ammortizzatori sociali per sostituirli con qualche diverso criterio di progressione economica.
La carriera si potrebbe creare solo con una scala di diversi livelli di insegnamento. Qualcosa del genere esisteva nel Regio Decreto n.1054 del 1923 (la ben nota riforma Gentile varata nel primo anno del regime fascista). I professori erano distinti in tre ruoli a cui si aggiungeva un "ruolo d'onore": professori di liceo e di corsi tecnici superiori (ruolo A); professori di ginnasio e di corsi tecnici inferiori (ruolo B); insegnanti di musica o di canto negli istituti magistrali (ruolo C). Il passaggio da un ruolo inferiore a uno superiore rappresentava un avanzamento, quindi era carriera anche quella che troviamo nella biografia di Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli che furono professori di ginnasio e di liceo prima della nomina all'insegnamento universitario.
La gerarchia era fondata sul presupposto di una maggiore importanza dell'insegnamento rivolto ai maggiorenni rispetto a quello rivolto ai minori o ai bambini. Ma la proposta de La Buona Scuola non sembra andare in questo senso, non prospetta una carriera attraverso i diversi livelli di istruzione: elementare, media e universitaria.
La carriera che il governo Renzi ci propone si fonda su "qualità e valutazione del merito". Belle parole, ma vediamo a cosa corrispondono. Nel documento La Buona Scuola si prospetta un nuovo modello di progressione economica che abolisce gli scatti di anzianità e li sostituisce con scatti triennali assegnati solo ad una quota di docenti (il 66% di ciascuna scuola) in base a un punteggio accumulato nel triennio.
Lo scatto verrebbe attribuito solo a chi raggiunge un certo numero di punti che, in ossequio all'ideologia economicistica e a spregio della lingua italiana, vengono chiamati crediti, come quelli degli studenti. I punti sono assegnati per servizi accessori (crediti professionali), per partecipazione a corsi di formazione o di aggiornamento (crediti formativi) e per qualità della didattica (crediti didattici). Solo il 66% degli insegnanti di ogni scuola otterrà lo scatto.
LA LOTTERIA
La lotteria retributiva. La gara ad acquisire punti non è una carriera, non promuove l'insegnante a un livello superiore, è solo una lotteria. Lo si evince chiaramente dalla spiegazione fornita a p. 57 del documento: gli scatti di competenza saranno finanziati con le stesse risorse disponibili per gli scatti di anzianità, distribuite però in modo differente. Quindi non c'è un premio messo in palio dal datore di lavoro, non c'è un migliore trattamento offerto agli insegnanti italiani per recuperare il divario economico rispetto agli altri paesi. Non c'è qualcosa che potrà portare verso l'insegnamento i laureati migliori. Chi guadagnerà di più avrà solo preso i soldi sottratti ai colleghi che hanno ottenuto un minor punteggio, cioè quelli che hanno perso alla lotteria!
La differenza rispetto alle lotterie organizzate a scopo ludico sta nel rovesciamento quantitativo delle parti. Di solito nella lotteria c'è un fortunato che si arricchisce a spese di un gran numero di perdite individuali quasi irrilevanti. Così si produce l'illusione che la fortuna nasce dal nulla. Invece nella lotteria organizzata per i docenti accadrà il contrario: una minoranza (34%) sarà spogliata delle somme necessarie a far salire lo stipendio della maggioranza (66%). Chi perde, perderà il doppio di chi guadagna: una lotteria da incubo! Più che la corsa verso la fortuna, ci sarà una fuga disperata per non essere tra i pochi gettati nel baratro.
Piccolo dettaglio: per i primi tre anni i soldi saranno tolti a tutti e versati nei fondi scolastici (MOF) cioè si preleva dallo stipendio dei lavoratori per fare gli investimenti che lo Stato non farà. Uno squallido scippo già visto sotto altri governi. Non sarebbe stato meglio "rottamare" questi metodi troppo sleali che umiliano l'intera categoria degli insegnanti e con essi si squalifica tutto il sistema scolastico?
GLI STIMOLI
Neanche se fossero previsti veri aumenti si potrebbe parlare di carriera. Si tratta solo di una gara per ottenere uno scatto di stipendio. E' vero che siamo nel paese dei quiz e delle slot machine, ma almeno la scuola dovrebbe essere risparmiata.
Quali effetti possiamo attenderci? Il documento governativo afferma che la lotteria retributiva sarà per i docenti italiani un "incentivo reale" a fare bene il proprio mestiere. Credo che sia un'illusione che nasce dal considerare i docenti svogliati e disattenti per mancanza di stimoli. Invece nella scuola lo stimolo non manca mai, perché sono gli studenti, con la loro presenza, le loro esigenze e il loro giudizio a fare da stimolo costante. Gli insegnanti che restano insensibili alle esigenze vive degli allievi, e sarebbero pronti a un maggiore impegno al solo scopo di conseguire piccoli aumenti di stipendio, sono persone che hanno sbagliato mestiere. Non bisogna premiarli, sarebbe meglio aiutarli ad uscire al più presto dalla scuola.
Ciò che manca a certi insegnanti non è lo stimolo, ma la capacità di entrare in sintonia coi ragazzi; mancano gli strumenti didattici adeguati ai tempi e ai nuovi linguaggi; manca la serenità e la stabilità necessaria a chi deve porsi come guida sicura e convincente. Soprattutto mancano le prospettive sul futuro. La crisi della scuola non va cercata solo dentro la scuola. La scuola è un ponte verso il futuro, un passaggio dall'infanzia alla maturità. Un ponte non può reggersi su una sola sponda. Nessuno può aver voglia di attraversare un ponte che non si sa dove conduce. Gli insegnanti che continuano a formare i giovani ai valori di una buona società (correttezza, lealtà, senso civico, conoscenze teoriche e competenze pratiche) sembrano talvolta condottieri ciechi, persone che indicano un futuro che non c'è più. Neanche per loro stessi. Senza una riflessione complessiva sulla società è impossibile affrontare i problemi della scuola.
L'insegnante che non sa verso quale futuro deve condurre gli allievi, che non sa coglierne le esigenze e le aspettative, che non sa entrare in sintonia con loro, non potrà mai reinventarsi solo per l'intento di guadagnare punti alla lotteria retributiva. Anzi, è facile prevedere che la lotteria allontanerà l'insegnante dalla cura del suo rapporto con gli studenti, lo spingerà verso le attività accessorie che vengono premiate e verso i corsi di formazione. Ma tutti i docenti ricordano che la qualità dei corsi di formazione è crollata quando, col passaggio dagli scatti biennali ai gradoni, diventarono obbligatori. Un corso affollato di docenti interessati solo a conseguire l'attestato di partecipazione distrugge il clima collaborativo necessario ad una buona formazione. E il problema non si risolve con una devoluzione ai singoli istituti scolastici.
Solo un terzo del punteggio viene legato alla didattica, ma anche per quel terzo ci dobbiamo chiedere chi e come potrà valutare la "qualità dell’insegnamento in classe, (...) la capacità di migliorare il livello di apprendimento degli studenti (...) le migliori prassi di insegnamento, (...) l'innovazione didattica e (...) l'attenzione per le specificità disciplinari".
Lo farà il Preside? No, perché i presidi non esistono più, sono stati sostituiti da “dirigenti scolastici” con competenze di tipo manageriale, gestori di contratti, di fondi, di strategie propagandistiche, che spesso non conoscono neanche le discipline insegnate nella scuola. Affidare una valutazione dei docenti al D.S. sarebbe come se il direttore amministrativo di una ASL potesse assegnare pagelle professionali ai medici o ai primari ospedalieri, come se il cancelliere capo del tribunale potesse valutare i magistrati. Lo farà un "Comitato di Valutazione" eletto dagli stessi docenti della scuola insiema a qualche soggetto esterno? Quali perversi meccanismi di lobby e quanti ricatti incrociati si andranno a generare tra i docenti valutati e i docenti valutatori?
LA VALUTAZIONE OBBLIGATORIA
Se la posta in gioco fosse solo quella dei 60 euro mensili ogni triennio si potrebbe sperare che gli insegnanti più consapevoli e intelligenti si terranno volontariamente fuori dalle tresche. Un trentenne che entra in carriera (prima di questà età sembra piuttosto difficile accedere ad una professione che richiede laurea magistrale, concorso, tirocinio formativo e liste d'attesa) dovrebbe sgomitare tra i colleghi più anziani per sperare di avere a quarant'anni uno stipendio aumentato di 180 euro (40 euro in più rispetto alla progressione paritaria) ottenuti dopo dieci anni di feroce "carriera"! Non c'è dubbio che sarebbe meglio aver cura della propria dignità e di conservarsi la stima degli allievi. Ma qui viene il peggio della proposta governativa, perché è congegnata in modo che ciò non possa accadere. Infatti i punteggi non servono solo a poter vincere i pochi spiccioli della lotteria retributiva e forse a conquistare la patacca di "docente-mentor" (il supervincitore scelto tra i vincitori), ma i crediti faranno parte del portfolio del docente, che sarà in formato elettronico, certificato e pubblico. La pubblicità rischia di trasformarsi in una patente di incapacità per quei docenti più saggi che volessero sottrarsi alla fiera dei punteggi e delle vanità o per quelli che avranno avuto semplicemente la sfortuna di essere assegnati a una scuola dove ci sono molti docenti "bravi". La patente pubblica di incapacità è una lesione della dignità per qualunque lavoratore, ma lo è in modo particolare per gli insegnanti che devono usare credibilità e prestigio personale come primo strumento di lavoro. Si arriva ai limiti di una istigazione al suicidio. Altro che miglioramento.
In conclusione sembra che la previsione formulata nel documento governativo possa essere rovesciata: la lotteria non crea un incentivo a far bene il proprio mestiere, piuttosto crea competizioni feroci basate su "procedure formali e certificati” a cui tutti dovranno partecipare nel tentativo di non essere penalizzati e non ritrovarsi con un certificato pubblico di incapacità. Ma a qualcuno questa sorte toccherà, perché il sistema non ammette la possibilità che in una scuola tutti i docenti siano mediamente bravi. All'aumento di burocrazia si aggiungeranno i ricorsi giudiziari, le rivalse e le ripicche e tutto si mostrerà agli occhi dei ragazzi. Quale esempio vogliamo dare loro?
Cosa potrà fare un dirigente scolastico per non vedersi da una parte preso d'assedio dai cacciatori di punti che vogliono svolgere servizi accessori, corsi di formazione o didattiche pazzoidi che possano apparire innovative, ecc. e dall'altra un terzo dei docenti avviliti e umiliati? Con un po' di buon senso dovrà attribuire funzioni e punteggi a turno in modo da ricreare un minimo di parità retributiva e un minimo di rispetto della dignità personale di ciascuno. Quindi dovrà promettere a chi non ha ottenuto lo scatto triennale che lo avrà al giro successivo riservandogli incarichi e buone valutazioni. In tal modo tutto il congegno messo a punto per “stimolare” i docenti a far bene il proprio mestiere sarà vanificato. E sarà l'unico modo per non fare troppi danni rispetto ad un regolare andamento scolastico. Non sarebbe meglio rinunciare subito a questi espedienti bambineschi e dannosi e cominciare ad affrontare i veri problemi della scuola?
Invece di inventare un complicato risiko per abolire ogni residuo di parità (ideologicamente presentata come “grigiore” o piattume dei “trattamenti indifferenziati”), non sarebbe meglio riconoscere che la parità retributiva, insieme al fondamentale principio di pari dignità delle persone e dei lavoratori, è un presupposto imprescindibile per creare un clima collaborativo necessario al funzionamento di una comunità educante? E non sarebbe anche opportuno uscire dall'ossessione ideologica della competizione a tutti i costi e cominciare a considerare che le critiche, qui esposte in breve sintesi, non nascono da un arroccamento corporativo a difesa di presunti privilegi, ma sono semplici osservazioni basate sulla realtà dei fatti?
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[A chi volesse approfondire la questione della premialità si consiglia la visione del video a questo link]