La notizia dei due detenuti che si sono tolti la vita in un carcere della Toscana mi fa pensare allo studente che considerava un regalo la condanna a pene carcerario per gli immigrati clandestini. Quel ragazzo pensa che in carcere un clandestino raggiunge il suo scopo, avrà un posto sicuro per dormire e pasti regolari da mangiare. Un giudizio difficile da affrontare, generato da un doppio inganno. Da una parte l'idea che il carcere sia un luogo abbastanza comodo dove i bisogni umani sono soddisfatti adeguatamente, dall'altra parte l'idea che l'immigrato abbia solo bisogni primari.
La notizia del doppio suicido passerà sicuramente inosservata, la stampa non ha fornito neanche i nomi dei due sventurati protagonisti, erano due detenuti e questo basta, la loro morte non susciterà alcun interesse, ma voglio prenderla come pretesto per dire qualcosa riguardo al sistema carcerario italiano.
Per capire se davvero la vita carceraria sia confortevole basta scorrere le notizie marginali sui suicidi. In sei mesi solo in Piemonte sono stati sventati 38 suicidi. Nel 2015 sono stati 43 i detenuti che si sono dati la morte. E sembrano anche pochi rispetto ai 72 casi del 2009.
In carcere non si muore solo di suicidio. Cinquemila detenuti hanno contratto in carcere l’Hiv, 31.500 l’epatite e
la metà sono inconsapevoli delle proprie patologie. Sono numeri enormi
se si considera che l'attuale popolazione carceraria è di circa 56mila
persone.
Questi numeri dovrebbero essere sufficienti per comprendere che in quelle celle forse non si sta tanto bene. Ma ci sono anche altri numeri da conoscere: la capienza complessiva dei 193 istituti penitenziari italiani è
inferiore a 50mila posti, oggi vi sono recluse 56mila persone, prima dell'indulto del 2006 era stata superata la quota di 70mila, quindi esiste un perenne problema di sovraffollamento che
smentisce l'altro luogo comune secondo cui per in Italia sarebbe facile essere assolti al termine di un processo penale. Se fosse vero le carceri dovrebbero essere semivuote.
Però c'è un terzo luogo comune da sfatare, quello per cui la permanenza in carcere non sarebbe mai molto lunga. Tra sconti di
pena, permessi premio e buona condotta, tutti recuperano velocemente la
libertà. Sarà vero? In parte sì, perché gli sconti di pena esistono e molti detenuti riescono a riguadagnare la libertà prima del tempo indicato nella sentenza di condanna, ma questi sconti non sono automatici e non si concedono per buonismo, sono strumenti con cui si cerca di indurre i condannati verso il ritorno a una vita normale.
La Costituzione della repubblica Italiana stabilisce che la pena deve avere una finalità rieducativa (art. 27 Cost) ed è giusto che il rientro del condannato nella comunità sia graduale e possa essere accompagnato. Un detenuto che non avesse niente da perdere e niente da guadagnare sarebbe difficile da rieducare. Ma questo non vale per tutti. In carcere ci sono anche gli ergastolani per i quali la pena non finisce mai. Talvolta accade che a qualcuno la pena venga commutata e allora tutti dicono che l'ergastolo è una finzione. Ma quanti tra i criminali condannati all'ergastolo sono riusciti a tornare in libertà? Se neanche i più potenti bossi mafiosi, come Luciano Liggio, Salvatore Riina, Nitto Santapaola, Raffaele Cutolo, Bernardo Provenzano ed altri sono riusciti a farsi commutare la pena, forse non è facile. Molto s'è parlato del famigerato Felice Maniero, arrestato nel 1980 e libero dal 2010 nonostante due evasioni. Però Maniero non era un ergastolano.
La questione carceraria non può essere affrontata sulla base delle dicerie. Per chi voglia farlo correttamente occorre iniziare leggendo l'opera scritta più di due secoli fa da Cesare Beccaria "Dei delitti e delle pene".
Una lunga detenzione in condizioni talmente dure da spingere molti al suicidio, come accade spesso in Italia, non risolve i problemi della giustizia. Ci sono paesi che infliggono pene ancora più dure, comprese le fustigazioni, le mutilazioni e le uccisioni, eppure in quei paesi permangono livelli di criminalità ben peggiori dell'Italia. La criminalità viene contrastata meglio dove il sistema carcerario è ben organizzato e là non serve la minaccia dell'ergastolo e le carcerazioni da suicidio.