L'assegnazione dei nuovi docenti alle sedi scolastiche nelle quali dovranno insegnare è stata affidata ad un algoritmo. Ennesima furbata.
L'algoritmo fa pensare al'uso di moderne tecnologie, genera un'idea di automatismo neutrale, quindi senza imbrogli o raccomandazioni.
Le vittime innocenti dell'algoritmo hanno protestato, qualcuno inviato a lavorare in sedi non gradite e centinaia o migliaia di chilometri da casa ha parlato di "deportazione". Un termine probabilmente eccessivo che ha catalizzato reazioni indignate: "hanno ottenuto un posto statale di ruolo e si lamentano pure!", "ma quale deportazione, è solo l'ordinaria mobilità richiesta per qualunque tipo di lavoro".
Mentre le discussioni si infiammavano dimenticando che il vecchio sistema delle graduatorie provinciali non aveva mai creato così tanti disagi, nessuno metteva in discussione l'algoritmo nella presunzione di una sua logica rigorosa. In realtà l'algoritmo è solo una catena di operazioni, se è stato elaborato bene darà buoni effetti, altrimenti sarà un disastro. E disastro è stato. Gente trasferita su insegnamenti non richiesti benché ci fossero posti disponibili in quelli richiesti (qui un esempio) altri inviati in sedi scomode benché avessero punteggi sufficienti per ottenere sedi più comode. Così sono cominciati i ricorsi e al disastro si aggiunge un altro disastro. Ma il peggio non è l'algoritmo bensì l'idea della sua sacralità: l'algoritmo è segreto, non è soggetto alla legge e non può essere giudicato. L'algoritmo è diventato così un sovrano assoluto, legibus solutus.