Negli ultimi decenni la scuola è caduta in uno stato di disorientamento causato da direttive dissonanti; da una parte si procede verso l'aziendalizzazione (autonomia delle scuole messe in concorrenza tra loro, dirigenti scolastici trasformati in manager e alienati dalla dimensione educativa, attribuzione di crediti e debiti formativi che creano una logica mercantile, bonus premiali per generare competizione tra gli insegnanti, eccessi di valutazione, investimenti per il marketing scolastico che porta i ragazzi a sbagliare scelta, ecc.) dall'altra si continuano a proclamare i principi di collaborazione, solidarietà, inclusione, che suonano sempre più falsi e retorici.
Chiunque voglia difendere i principi democratici, che furono magistralmente illustrati dal celebre discorso di Piero Calamendrei, non può non impegnarsi a contrastare ogni tentativo di aziendalizzazione.
La scuola pubblica dev'essere aperta a tutti e dev'essere orientata all'inclusione, tuttavia anche questo principio non deve mai diventare dogma. Anche i migliori principi, dalla carità cristiana all'uguaglianza comunista, se imposti come dogmi assoluti si mutano in qualcosa di inaccettabile. L'uguaglianza può diventare discriminazione violenta e l'inclusione può diventare esclusione. Ce lo descrive Marcella D'Addato in un articolo pubblicato ieri da Tecnica della Scuola.
a scuola, gli alunni dovrebbero imparare soprattutto ad avere rispetto per se stessi e per gli altri, a conoscere e difendere i propri diritti (fra i quali quello all’istruzione e al benessere psico-fisico) e a rispettare le regole, tutti allo stesso modo. Ma quando un’aula scolastica si trasforma da luogo sereno di apprendimento a ring, dove gli studenti sono costretti a sopportare i comportamenti dell’elemento “disturbante”, quando la scuola rimane inerte di fronte a tanto malessere e disagio e dimostra di voler prendere sotto la sua ala solo quell’alunno che dice di non poter allontanare, allora si innescano dinamiche relazionali diverse con i vertici, che inducono le famiglie ad uscire una volta per tutte da quell’ambiente melmoso, e chiedere ospitalità altrove per far terminare serenamente il ciclo di studi ai propri figli. (...) E’ così che, come diciamo nel titolo, la scuola che si vanta di essere “inclusiva”, ma senza gli strumenti per esserlo davvero, diventa luogo di esclusione. E discriminazione.