8.8.18

Il totalitarismo non risparmia i bambini

L'idea è quella di cominciare a valutare i bambini dall'età di tre anni, è il programma denominato Invalsi-Vips. I maggiori esperti di educazione ci danno indicazioni opposte (vedi Negroponte), ma proviamo a guardare quel che succede da noi, nella nostra povera Italia.
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Il regime totalitario è caratterizzato soprattutto dal tentativo di controllare capillarmente la società in tutti gli ambiti di vita, imponendo l'assimilazione di un'ideologia: il partito unico che controlla lo Stato non si limita cioè a imporre delle direttive, ma vuole mutare radicalmente il modo di pensare e di vivere della società stessa.    [Wikipedia]


L'indottrinamento deve iniziare presto, prima che si sia formata un'autonoma capacità di elaborazione del pensiero. I fondamenti dogmatici del totalitarismo devono essere assimilati fin dai primi anni di vita per diventare parte del carattere di ciascun individuo. Ancor prima dei regimi totalitari che hanno preso forma nel novecento l'indottrinamento dei bambini era già il metodo utilizzato dalle religioni per forgiare le coscienze alla fede, cioè alla loro visione teologica.


L'adesione al fascismo o al comunismo era analoga ad una professione di fede. Il totalitarismo non può lasciare spazio all'esercizio del dubbio e alla libera espressione del dissenso.

La nuova ideologia mercatistica si svela come ideologia totalitaria non solo nel suo voler essere "pensiero unico" fondato sulla presunta incontrovertibilità dei dati economici e nel suo voler permeare ogni ambito della vita privata (i cittadini devono sentirsi costantemente imbrigliati dai vincoli dei debiti contratti per i loro normali acquisti e dalla loro perenne precarietà lavorativa) ma anche nel suo volersi impadronire dell'infanzia. Lo stanno facendo da tempo attraverso una omologazione consumistica che era stata già denunciata da Pier Paolo Pasolini nei suoi "Scritti corsari" e nelle "Lettere luterane".

Sul finire del secolo scorso lo schema mercatistico è entrato nelle scuole trasformando il giudizio soggettivo dei professori, che veniva espresso in voti e pagelle, in una contabilità di debiti-crediti formativi attestati dalla presunta oggettività delle certificazioni.

Negli ultimi vent'anni la scuola non ha subìto processi di riforma, piuttosto vi è stato un graduale e difficoltoso adeguamento dell'insegnamento ai principi del mercatismo. Man mano che le conoscenze scolastiche vengono travestite da "certificazioni" si decreta la loro svalutazione sociale e si afferma una pretesa di continuo riadeguamento delle competenze. Sono stati imposti obblighi formativi a tutte le categorie professionali. Nessun titolo conferisce più uno status professionale permanente di medico, avvocato, ingegnere o insegnante, ma ognuno deve sottoporsi continuamente a nuovi addestramenti e nuove verifiche.

La domanda sul chi è legittimato a formare e a valutare viene costantemente elusa, celata dietro la presunta oggettività di entità anonime sottratte ad ogni valutazione (Anvur, Invalsi, Anpal, Aran, ecc.). Sigle, giudici senza volto, come le agenzie di rating che possono decretare il successo o il fallimento delle grandi società industriali e perfino degli stati. Sono i commissari politici del regime.

L'elemento comune sta nella liturgia del numero che ha il potere magico di misurare, valutare, ordinare e classificare. Il numero spersonalizza il giudizio e lo rende oggettivo. Però questo processo di sacralizzazione della valutazione richiede un catechismo che viene impartito dalla televisione. I palinsesti di tutte le televisioni del mondo sono stati imbottiti di Talent Show, un format che non si basa sulla esibizione dei talenti artistici, bensì sulla pretesa che qualunque talento può e deve essere sottoposto ad un giudizio e inserito in una classifica. I vari Masterchef, X-Factor, Amici, Saranno Famosi, The Voice, Got Talent, Tu si que vales, ecc. ecc. hanno invaso tutte le televisioni del mondo, quasi fosse un fenomeno naturale, una sorta di diluvio universale. Anche nei reality (Grande Fratello, Isola dei Famosi, ecc.) è immancabile l'eliminatoria. In molti casi il giudizio è formulato in modo brutale, lo sconfitto viene pubblicamente umiliato, ma nessuno può protestare, nostante l'evidente violazione della dignità personale, perché ogni apparizione televisiva è associata ad un contratto che contiene le autorizzazioni liberatorie rilasciate dalla stessa vittima. La distruzione pubblica della dignità personale è la vera essenza dello spettacolo. Sulla scena di tutti i moderni format c'è sempre un patibolo.

Se una maestra redarguisce un alunno in modo troppo duro viene arrestata e condannata, invece il finto cuoco di Masterchef o l'arricchito senza scrupoli di Apprendice può ricoprire di insulti un concorrente con tutta la sua famiglia per il piacere del pubblico. Il Talent Show si impone come metodo di iniziazione alla naturale competitività della vita, ma questo compito tra poco sarà trasferito anche alle scuole.

Il Talent Show è spettacolo, mette in scena personaggi con una ovvia prevalenza del ruolo sulla persona che recita, però il talento che viene messo in gioco dai concorrenti è vero e si sottopone ad un vero giudizio. L'ambiguità dello spettacolo-giudizio sta abituando il pubblico all'idea che tutti possono (e devono) sottoporsi al giudizio senza chiedersi quale origine abbia l'autorità conferita ai giudici. Quale titolo può legittimare come giudice J-Ax o Cristina Scabbia, Selvaggia Lucarelli o Mara Maionchi ? Il format funziona anche se il giudice di Masterchef non ha mai fatto il cuoco in vita sua, e se la giuria di Ballando sotto le stelle non include neanche un ballerino. Il pubblico giudicante di Amici e di Uomini e donne è composto da persone scelte tra le più ignoranti e volgari. E' l'abito che fa il monaco. E' il ruolo stabilito dal copione che conferisce tutto il potere. Dietro i distintivi non c'è niente, o meglio, c'è il potere assoluto di un burattinaio invisibile.

Gli autori dei Talent Show potrebbero giustificarsi sostenendo che i loro giudici non sono depositari di qualche particolare talento, bensì interpreti dei gusti delle masse, cioè dello spirito del "mercato", il vero giudice supremo. Pochi si accorgono che una tale giustificazione del ruolo puramente rappresentativo dato ai giudici ricalca la medesima legittimazione del Furher o del Duce quali interpreti della volontà del popolo, la stessa giustificazione che conferiva a Stalin e Mao il ruolo di guida della rivoluzione.

Il Talent Show assegna i ruoli in modo arbitrario e così diventa una replica su scala planetaria dell'esperimento Zimbardo, ma lo scopo non è l'osservazione scientifica.

A scuola c'erano i professori che giudicavano in virtù del loro presunto sapere ma ogni alunno sapeva che il giudizio era soggettivo: alcuni professori erano severi, altri erano magnanimi e qualcuno era una carogna. A scuola si imparava a gestire le relazioni personali con assunzione di rischio, ma anche con una possibilità di evasione. Se la scuola ti boccia non avrai il diploma ma potrai sempre fare altro perché il mondo è vario. Don Lorenzo Milani denunciò la natura classista e ideologica di certe carognate. I ragazzi del sessantotto contestarono con analoghe motivazioni il giudizio proveniente dalle autorità scolastiche e in seguito si affermò la necessità che ogni voto fosse sostenuto da una motivazione. Era un modo per ostacolare le carognate, per costringere il giudicante a giustificarsi. Poi la motivazione è diventata "parametro" e infine è rimasto solo il parametro con la sua pretesa di certezza assoluta. Così un finto tecnicismo ci ha condotto a quaòcosa che somiglia al responso oracolare. Oggi l'oracolo è l'Invalsi o l'Anvur.

La pretesa di imporre una visione oggettiva e incontrovertibile rinnega le basi del pensiero scientifico e distrugge le fondamenta della società democratica. Il parametro in sè non vale nulla. Gli oracoli ci riportano all'epoca delle caste sacerdotali che impartivano ordini leggendo il volo degli uccelli o le viscere delle bestie sacrificate. Molte griglie valutative sembrano confezionate dagli auguri sulla base di pure astrazioni.

Un recente articolo di Rossella Latempa pubblicato da Roars ci informa che l'occupazione delle scuole d'infanzia da parte dei sacerdoti del pensiero unico armati di parametri e griglie è già in fase di attuazione. Il progetto si chiama Invalsi-Vips ed è nato per assecondare le direttive dell'OCSE.

Il progetto di indottrinamento valutazione precoce è stato definito dallo slogan "starting strong", partiamo alla grande. Partiamo dai bambini più piccoli, ovviamente, ma partiamo per portarli dove?

Il premio nobel per l'economia, James Heckman, ritiene che si debbano formare non solo competenze cognitive fin dai primi anni di età, ma anche competenze socio-emozionali, “determinanti per il successo socioeconomico". Ed eccoci arrivati alla solita pretesa di formazione delle coscienze tipica di ogni sistema totalitario. L'obiettivo è la costruzione di una società che annulla la collaborazione e la solidarietà per sostituirla con la competizione. La capacità di cogliere il successo socio-economico si manifesterebbe già a tre anni come "prontezza scolastica" (don Milani probabilmente l'avrebbe chiamata più semplicemente cieca obbedienza), che è l'equivalente della divisa col fuciletto di legno cucita addosso al bambino d'asilo, ribattezzato "figlio della lupa". Temo che avremo a breve tanti piccoli e orgogliosi "figli del mercato", pronti per combattere la  guerra  competizione economica. Non si useranno le baionette per uccidere i nemici della patria, ma le più civili "competenze", comunque ci sarà una lunga scia di macerie e di sconfitti, altrimenti non sarebbe competizione.Per umiliare mortalmente lo sconfitto basterà scimmiottare i giudici di Masterchef o le vajasse di Uomini e donne.

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PS - l'appello del Prof. Cacciari, pubblicato su La Repubblica del 2 agosto, mi ha spinto a scrivere in modo più esplicitamente politico. Cacciari non può essere tacciato di complottismo, né può essere assimilato ai "gruppettari" dei Cobas, eppure ci invita ad opporci al pensiero unico e ci invita a farlo senza scadere nella politica del rancore che soffoca l’orizzonte italiano ed europeo.
Giusto. Dobbiamo cominciare a farlo con un "risveglio di prassi e iniziative, ciascuno nel proprio campo". Credo che a noi docenti si richieda di proporre utili riflessioni basate anche su confronti e analogie. Credo che la mia riflessione sul totalitarismo non sia un accostamento bizzarro, l'aveva già fatta  Ernesto Galli della Loggia in un articolo di due anni fa:
  l’ideologia della scuola italiana è una sorta di permanente soviet casareccio