Un articolo di Francesco Coniglione pubblicato su Roars ripercorre l'evoluzione del nostro sistema scolastico e mette in evidenza le cause della sua degenerazione. Qualcuno ce le aveva già annunciate con estrema franchezza, senza dirci però che la salvaguardia di certi privilegi rinnega il sogno illuminista che negli ultimi due secoli ci aveva regalato la scienza e la democrazia che insieme avevano partorito il benessere diffuso (welfare).
C’era una volta l’idea di una scuola…

di Francesco Coniglione, Roars, 24.8.2018
C’era una volta l’idea di una scuola pubblica, universalista, gratuita, rivolta a tutti i ceti sociali, nelle cui classi potevano sedere nello stesso banco il figlio dell’avvocato e quello dell’operaio o del contadino. Si voleva con essa dare corpo al grande sogno illuministico: l’elevazione dell’umanità e il riscatto delle classi sociali più svantaggiate attraverso la cultura, la possibilità di un loro progresso con lo studio, l’opportunità di sfuggire al destino segnato dalla nascita grazie alla dura fatica e all’impegno dello studio. E se di fatto percentualmente erano ancora pochi i figli delle classi subalterne che accedevano alle scuole più prestigiose (come i licei), non era perché queste erano loro precluse da qualche barriera formale, ma per le condizioni sociali e culturali di provenienza.
Sembrava che verso questa idea di scuola
ci si stesse avviando con quella ereditata nel dopoguerra; essa aveva
sì i suoi percorsi di eccellenza – disegnati nel recente passato
dittatoriale, ma da un illuminato filosofo – incarnati nei licei
(scientifico e specialmente classico, l’unico che fino al 1968
permetteva l’accesso a tutte le facoltà universitarie), ma essi si erano via via aperti a tutte le classi sociali,
a seguito del generale rivolgimento della società italiana, del
miglioramento delle condizioni economiche della gente sino allora
emarginata e subalterna e del convincimento, ancora diffuso e
politicamente praticato, che una buona istruzione di massa potesse
essere di giovamento per il paese: l’obbligo scolastico viene così
progressivamente esteso negli anni, sino ad arrivare alla scuola media
unificata nel 1963 (con le sue luci ed ombre). Nei licei – si diceva –
viene preparata la classe dirigente; ma questa classe dirigente ora
poteva venire da ceti sociali che prima ne erano rigorosamente esclusi:
negli anni ’60 e ’70 pareva proprio che tale idea di scuola potesse
diventare uno straordinario veicolo di mobilità sociale. Avvocato
poteva ora diventare il figlio del bottegaio, o dell’ambulante; medico
chirurgo il figlio del pescivendolo, o del commesso.
Le famiglie lo avevano capito:
sapevano che a scuola si poteva decidere il destino dei loro figli e ci
tenevano a mandarli nelle scuole migliori. Si ambiva addirittura a fare
loro frequentare il liceo classico (o almeno lo scientifico), solo che
avessero dimostrato di avere qualità e voglia di studiare. Che sono
equamente divise, per fortuna, e non solo appannaggio dei ceti abbienti.
E così, con grande rispetto e deferenza verso una cultura che
ritenevano una conquista e un prezioso bene, cercavano di mandare i loro
figli nelle migliori scuole, si assicuravano che venissero iscritti
nelle sezioni più di qualità, si informavano dove fossero i docenti più
bravi: non quelli più lassisti o dalla sufficienza facile, non le
sezioni dove si promuoveva più facilmente, non le scuole dove si
studiasse meno. E così questi “figli del popolo” potevano
competere con quelli degli avvocati e dei professionisti, dei benestanti
e dei redditieri che, pur partendo da condizioni economiche e culturali
di vantaggio, non potevano essere più sicuri di aver riservati solo per
i loro pargoli i posti migliori: ormai dovevano sgomitare per
affermarsi, in concorrenza col figlio del pizzicagnolo. Sembrava che
fosse sul punto di attuarsi l’ideale illuminista e della “società
aperta”: una scuola che selezionava in base al merito su una platea
vasta di discenti e così forniva una più vasta coorte dalla quale
sarebbe naturalmente derivata una classe dirigente migliore e più
qualificata.
Ma i ceti privilegiati e abbienti, che
sino a quel momento avevano tenuto le redini del potere e avevano potuto
trasmettere alla propria prole il privilegio acquisito, senza eccessiva
concorrenza, si sono accorti del pericolo che stavano correndo e hanno preso le contromisure.
Ovviamente non si poteva dire che si voleva ridurre il diritto
all’istruzione, ma che si volevano assicurare i vantaggi delle private
anche a chi non se le poteva permettere; e non si potevano chiudere le
scuole e i licei: bastava riformarli, seppellendoli progressivamente in sempre nuove incombenze burocratiche e amministrative;
bastava “migliorare la loro offerta formativa”, distraendoli dalla loro
missione educativa di base, mediante una miriade di “progetti”, PON,
POR e iniziative collaterali; era sufficiente demotivarne il ceto
insegnante e formarlo sempre peggio attraverso curricula universitari
via via più scadenti, affidati ai crediti e a massicce dosi di didattica
in assenza di contenuti disciplinari; era indispensabile mettere in
secondo piano il fine educativo e la funzione pedagogica per
trasformarle in “aziende” in cui il vecchio Preside è trasformato in
“dirigente scolastico”, comprandone con un cospicuo aumento stipendiale
la complicità e il consenso. Era anche necessario eliminare i percorsi
di eccellenza col fare rientrare i licei in un’unica istituzione
polivalente dove quelli che prima erano i classici, con una propria
identità e specificità anche ambientale, venivano progressivamente
ridotti a percorsi o curricula, spesso depotenziati e imbastarditi nel
tentativo di “modernizzarli” un po’ a caso, per renderli meglio
“appetibili” ai possibili “clienti”. Così, infine – come ha già
sinteticamente ed efficacemente sottolineato lo storico Alessandro Barbero, in un articolo pubblicato su ROARS–
«quando han cominciato ad andarci anche i figli degli operai si
è cominciato a dire “ma appunto, in fondo in fondo siamo sicuri che
tutto questo serve?” […] E si è arrivati adesso all’assurdità che si
è tornati a dire ai ragazzi, come ai loro nonni analfabeti: “anche
se avete soltanto sedici o diciassette anni o diciott’anni, però, un po’
di lavoro lo dovete fare. Che è questo lusso di passare quegli anni
solo a studiare a scuola? No, no: alternanza scuola lavoro!”».
Sì è in tal modo avviato quel processo che in altri paesi, presi in Italia a modello, è già andato assai avanti: scuole
pubbliche sempre più impoverite e prive di prestigio, frequentate solo
da chi non si può permettere le ricche rette di istituzioni private, le
quali ultime diventano via via il salotto pregiato della nuova e vecchia
borghesia ricca, che non vuol vedere i propri rampolli
mischiarsi a ceti popolari involgariti e ormai aventi in non cale, o
addirittura disprezzano, cultura ed istruzione. In queste nuove, linde,
eleganti scuole private si studiano tre lingue (o anche quattro!), si
godono insegnanti educati e compiacenti, ci si assicura comunque una
promozione perché si è “clienti”, e senza il pericolo di imbattersi in
qualche docente riottoso o eterodosso dalle strane e sovversive idee;
alla fine si può accedere in qualche prestigiosa università, anche essa
privata e magari estera o in lingua inglese, che così completerà l’hortus conclusus di classi sociali benestanti e benpensanti che si autoriproducono in regime di imbreeding.
Il sogno illuministico e laico
di una scuola concepita come ascensore sociale, come riscatto dei ceti
popolari, come premiazione del merito indipendentemente dalla
professione o dalla provenienza sociale dei genitori, si sta così
estinguendo senza che nessuno ne abbia dichiarato esplicitamente
l’obsolescenza o ne abbia firmato il certificato di morte.
Paradossalmente – ma non a caso – ciò accade in un susseguirsi di
riforme, regolamenti, programmazioni, valutazioni Anvur e Invalsi, tutte
misure implementate allo scopo di migliorare la didattica, la qualità,
la professionalizzazione, la “soddisfazione dei clienti” e così via.
Perché si può ammazzare anche per troppe cure, per intossicazione
farmacologica, esibendo le migliori intenzioni. E così la scuola
italiana (e l’università, che l’ha seguita in questa terapia d’urto
cominciata con il proto-riformatore Berlinguer e poi proseguita con la
Gelmini e i corollari conseguenti) sta progressivamente allontanandosi
da quell’idea che sembrava averne governato per una lunga fase
l’evoluzione e via via scivolando sempre più verso il basso in un’orgia di riforme e di interventi tutti volti a migliorarne la qualità.