19.11.19

I rischi di troppa innovazione

Un articolo di Carlo Scognamiglio pubblicato da MicroMega ci offre qualche utile riflessione sulla contrapposizione tra didattica innovativa e didattica tradizionale.
E' innegabile che negli ultimi anni ci sia stata una forte tendenza a privilegiare le innovazioni, quasi che l'essere nuovo fosse garanzia di miglioramento. Sembra quasi che nessun docente possa esimersi dalle sperimentazioni  di pratiche didattiche che vanno dal debate  al cooperative learning, dalla flipped classroom alle varie forme di e-learning.



Scognamiglio nota che per la gran parte sono modalità laboratoriali che non possono e non devono sostituire quella che si continua a chiamare “didattica tradizionale”.
Certamente alternare le due modalità di lavoro rappresenterebbe bene un approccio autenticamente inclusivo. Non lo è, invece, accettare che la didattica laboratoriale liquidi come un rifiuto il metodo di insegnamento che negli ultimi cinque-sei secoli si è costituito come avviamento dei giovani al lavoro dello studio (articolabile in passaggi semplici ma faticosi: leggere in silenzio e comprendere un testo, verificare di essere in grado di ripeterlo a voce alta e con parole proprie, di sintetizzarlo e analizzarlo; essere in grado di ascoltare un discorso strutturato e scandirne e gerarchizzarne i concetti; tradurre da altre lingue e in altre lingue; essere capaci di compiere astrazioni logiche e numeriche per risolvere problemi di complessità crescente, attraverso un costante esercizio, e simili prassi, sistematizzate ripercorrendo ogni volta le tappe della civiltà, attraverso la storia, le arti, le scienze).
Le osservazioni di Scognamiglio sono sagge e potrebbero assere usate come antidoto all'ubriacatura di innovazioni.
La didattica laboratoriale certamente facilita le relazioni, migliora la capacità di lavorare in gruppo, sollecitando resilienza e spirito d’iniziativa di fronte a problemi concreti. Ma le competenze su cui lavorano gran parte di queste metodologie dimostrano tutta la loro brillantezza quando si ha a che fare con studenti provenienti da ceti sociali già disciplinati e controllati, in virtù di un’educazione ordinata e linguisticamente elaborata. Per gli studenti appartenenti a classi sociali marginali, la didattica laboratoriale finisce per essere un ottimo strumento educativo limitatamente alla sfera sociale e interattiva, ma si rivela poco solida nella costruzione di strumenti culturali forti, indispensabili per accedere a ruoli apicali nella società: ruoli per quali non è sufficiente saper lavorare in team o saper distinguere notizie attendibili da fake news, perché occorre aver disciplinato il proprio corpo e il proprio cervello a lunghe ore di concentrazione e astrazione. Le soft skills sono importanti, ma per non restare ai margini ce ne vogliono anche di hard. Una didattica solo laboratoriale, dunque, ha un sapore fortemente reazionario e anti-democratico. Ed è speculare a una metodologia puramente frontale. Entrambe sono “escludenti”.