5.12.16

Burocratichese scolastico

La burocrazia sta soffocando la scuola e non solo, l'Italia ne è malata da anni. Una burocrazia stupida, dannosa, inutile. Ogni promessa di semplificazione si traduce rapidamente un aggravio con ulteriori obblighi burocratici a cui ci stiamo abituando. Ne siamo ormai talmente assuefatti che molti di noi sarebbero incapaci di uscire dalla gabbia se arrivasse un liberatore ad aprirci un varco. Molti continuerebbero per abitudine a compilare relazioni, moduli e griglie. Mi accorgo di esserne contagiato anch'io. Il Piano per la Formazione dei Docenti (2016-2019) mi sarebbe apparso quasi normale, eppure non lo è. Ce lo mostra con la sua consueta chiarezza Miguel Martinez, un blogger messicano che abita a Firenze, non appartiene al mondo della scuola, non lo si può sospettare di essere uno dei tanti insegnanti insofferenti rispetto a normali pratiche burocratiche. Non è un insegnante, non è neanche un italiano dalla lamentela facile. Nel suo Kelebek Blog ci racconta da anni, con rara saggezza, i tesori di umanità nascosta nei quartieri popolari o le ingannevoli deformità dei mezzi d'informazione.

Potete leggerlo a questo link, godendovi anche i commenti, oppure nella copia che metto qui sotto con qualche evidenziatura.


Qualcuno mi segnala il Piano per la Formazione dei Docenti 2016-2019 prodotto dal Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca.
Copincollato da infinite piccole burocratesse di tutte le scuole d’Italia (esistono ovviamente anche i burocratessi maschi, che sono di meno ma riescono a fare di peggio).
Come ai tempi di Stalin, i burocrati formano gli altri con Piani pluriennali.
Ma i burocrati non godono più della piacevole libertà dei loro colleghi sovietici, che potevano ordinare una fucilazione la mattina, ubriacarsi di vodka nel pomeriggio e finire loro stessi fucilati la sera.
I burocrati dei tempi nostri hanno come principale obiettivo quello di arrivare alla pensione senza finire in galera; una mission come si dice in aziendalese che prende la forma concreta del non fare nulla.
Ma non si può stare in un ufficio otto ore al giorno senza fare assolutamente nulla, e quindi il tempo deve essere speso a riempire carta (o il suo equivalente virtuale) e soprattutto a farla riempire ad altri.
Questa vitale necessità di tutto il ceto burocratico serve poi a mantenere una vasta rete di esperti, cioè di informatici, psicologi e sociopedagoghi sottopagati e precari che operano per conto di oscure cooperative.
Se uno nella vita, invece di zappare la terra o fare il muratore o l’insegnante, ha deciso di fare l’esperto, vuol dire necessariamente che ne sa meno – nei rispettivi campi – di chi zappa la terra, fa il muratore o l’insegnante; ma essendo un esperto, il suo compito consiste proprio nel dire a quelli che ne sanno di più di lui, cosa devono fare.
E quindi gli esperti possono soltanto produrre infinite griglie, reti verbali la cui compilazione lentamente intrappola e paralizza gli orientandi, fino a trasformare anche loro in produttori di quantità sempre crescenti di carta (o equivalente virtuale).
Nel caso qualcuno dubiti della scientificità di tali affermazioni, cito i contenuti chiave del Piano da cui siamo partiti. Non necessitano ulteriori commenti:

    Didattiche collaborative e costruttive; rapporto tra saperi disciplinari e didattica per competenze; rafforzamento delle competenze di base; passaggio dai modelli di certificazione delle competenze alla programmazione “a ritroso”; progressione degli apprendimenti; compiti di realtà e apprendimento efficace; imparare ad imparare: per un apprendimento permanente; metodologie: project based learning, cooperative learning, peer teaching e peer tutoring, mentoring, learning by doing, flipped classroom, didattica attiva; peer observation; ambienti di apprendimento formali e informali; rubriche valutative.
(...)

Nei commenti c'è Pino Mamet che si permette di offrire una traduzione:
  1. didattiche collaborative e costruttive: non fare confusione in classe;
  2. rapporto tra saperi disciplinari e didattica per competenze: non bocciamolo anche se non sa niente
  3. rafforzamento delle competenze di base: ripasso;
  4. passaggio dai… : ripasso, con un altro nome;
  5. progressione degli apprendimenti: ripasso, con un terzo nome;
  6. compiti di realtà e apprendimento efficace: ripasso a casa;
  7. imparare ad imparare: non fare confusione in classe, e ripasso;
  8. per un apprendimento permanente: ripasso, andare in biblioteca;
  9. project based learning: chiamo un esperto esterno così mi riposo per due orette mentre lui spiega delle cose che non c’entrano niente col programma; oppure, compiti a casa;
  10. cooperative learning: come sopra, ma divisi in gruppi;
  11. peer teaching: il secchione fa copiare tutti gli altri;
  12. peer tutoring: il bullo della classe fa star buoni tutti gli altri;
  13. mentoring: un tizio a caso dice alla classe di ripassare;
  14. learning by doing: nelle scuole non professionali non ha senso, nelle professionali vuol dire essere scuole professionali;
  15. flipped classroom: classe sottosopra, cioè come la trovano i bidelli alla fine della giornata, e come la fanno trovare agli studenti a inizio giornata;
  16. anche: ricerca da fare a casa e esporre alla classe in modo che una volta tanto non sia il professore a dire “non fate confusione”;
  17. didattica attiva: esiste forse quella passiva?
  18. peer observation: i ragazzi guardano intensamente le ragazze e viceversa;
  19. ambienti di apprendimento formali e informali: ripasso a casa e copiare dal secchione;
    rubriche valutative: voti.
Nel mio vero lavoro - aggiunge Pino Mamet - un’impresa che si occupa di promozione mi spedì una roba come questa, lunga venti (20) pagine, di aria fritta purissima, in cui descrivevano, a forza di sinonimi italiani e inglesi, come avrebbero fatto la promozione del film nel territorio di una regione italiana.
Secondo loro il documento di 20 pagine coincideva automaticamente con la promozione del film, e mi mandarono una fattura di più di 18.000 euro. (...). Ecco, questi documenti mi sembrano la stessa cosa, c’è un’assoluta confusione tra fini, mezzi, realtà, finzione… la scopo finale è il pezzo di carta , il documento fine a sè stesso che sostituisce la realtà.

*  *  *  *  *

In un altro commento Paniscus precisa alcune cose (e si vede che è una del mestiere).

   In teoria la flipped classroom vorrebbe dire questo:
– invece di fare la tanto vituperata “spiegazione” frontale e trasmissiva, che notoriamente è il MALE, l’insegnante dovrebbe ingegnarsi a fornire in anticipo ai ragazzi, PRIMA della lezione, dei materiali di studio accattivanti, divertenti e anticonformisti;
– ovviamente, tali materiali devono essere soprattutto multimediali e digitali (perché MAI sia che che li si possa invitare a leggere un capitolo del libro o magari un paio di paginette di dispense scritte, diverse dal libro): il top del top sarebbe l’insegnante che videoregistra una propria stessa lezione, in cui chiacchiera da solo davanti a una lavagna (possibilmente elettronica, ma nei casi disgraziati va bene anche quella tradizionale), svolgendo esattamente gli stessi passaggi che svolgerebbe dal vivo davanti alla classe in carne e ossa ;
– nel mondo delle favole (in cui evidentemente vive chi ha partorito questa genialata), i ragazzi consultano, analizzano e sviscerano il materiale, a casa, per conto proprio…
– …così al momento della lezione in classe arrivano conoscendo già l’argomento, e quindi si può felicemente dedicare il tempo di aula ad approfondimenti, esercizi e potenziamenti vari INVECE che alla noiosissima e inutilissima lezione frontale e trasmissiva, con somma letizia di tutti e straordinaria impennata dell’efficacia dell’apprendimento.

Insomma, riassunto più diretto…
A) metodologia tradizionale (cattiiivaaaa):
– io spiego in classe, tenendo la solita brutta, famigerata e obsoleta lezione frontale;
– voi studiate a casa;
– dopo aver studiato a casa, venite a chiedermi di nuovo in classe chiarimenti su cosa non avete capito;
– dopo che avete capito, ci si esercita tutti insieme in classe.

B) metodologia flipped classroom (bbuoooonaaaa):
– io NON spiego in classe, perché spiego a distanza che fa più figo;
– voi studiate a casa quello che io ho spiegato a distanza, che notoriamente è molto più figo rispetto a come lo sarebbe se l’avessi spiegato in classe;
– visto che sicuramente, con una metodologia tanto innovativa, avrete capito tutto, poi ci si esercita in classe tutti insieme.

C) metodologia flipped classroom nella realtà:
– io non spiego in classe ma spiego a distanza;
– voi NON seguite la spiegazione a distanza e NON studiate a casa;
– io propongo di fare un bella esercitazione tutti insieme in classe… ma voi non siete in grado di farla, perché pochissimi hanno guardato il materiale che io ho spedito a distanza, e quasi nessuno ha studiato a casa;
– voi mi chiedete in coro belante: “profeeee, ma non potrebbe per favore rispiegarci l’argomento da capo, perché ci abbiamo provato a guardare il materiale da soli, ma non l’abbiamo capitoooooo?”
– io (dopo aver perso tempo a preparare il materiale e rinviato l’esercitazione) spiego in classe, tenendo la solita brutta, famigerata e obsoleta lezione frontale.

* * * * *

Interessante anche il commento di Izzaldin che ci offre una serie di casi in cui si lavora a riempire carte inutili.

... è sempre di più così
  •  giornalisti online compilano “articoli” che non avranno visualizzazioni;
  •  studenti universitari scrivono tesi di laurea che nessuno leggerà;
  •  insegnanti preparano lezioni che nessuno leggerà per intero;
  •  operatori di call center imparano a memoria discorsi che nessuno ascolterà realmente;
  •  supermercati vendono prodotti che nessuno comprerà, a loro volta imbustati con plastica che non verrà mai scartata;
  •  le macchinette automatiche distribuiscono bastoncini di plastica per mescolare il caffè che nessuno utilizzerà mai.
tutte queste azioni inutili (“gesti inutili” diceva il sapiente) creano posti di lavoro, sprecano fondi europei, inquinano l’ambiente ma non hanno la minima utilità nè soddisfano alcun bisogno.
questo testo è una perla, ma di “azioni inutili”, testi inutili, oggetti inutili è pieno il mondo, anzi forse ormai sono la maggioranza di ciò che viene prodotto.
pensate ai milioni di dollari spesi in sondaggi per le prossime elezioni americani: il loro valore sta nei minuti successivi la pubblicazione, e spesso neanche in quella minuscola frazione di tempo.
nell’epoca dei big data il rumore di fondo ha ormai completamente sovrastata i segnali di senso compiuto, e questo testo burocratese ne è un ottimo esempio.

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E alla fine anche Kelebek confessa di fare lavori di traduzione di riviste destinate a fare bella mostra nelle vetrine con articoli scritti, tradotti e illustrati che non avranno alcun lettore se non lo stesso autore che si rilegge per narcisismo. Che economia è?