Il documento pubblicato dal MIUR il 3 ottobre scorso, intitolato
«Piano per la Formazione dei Docenti 2016 2019» è destinato a
stravolgere nei suoi fondamenti la professione docente, e rappresenta
l’atto conclusivo di un processo di delegittimazione della stessa. Un
documento la cui pericolosità sta nell’annullare in via definitiva la
libertà d’insegnamento ancora garantita dalla Costituzione, un proposito
mascherato nel documento da una serie di argomentazioni retoriche e
pseudo scientifiche. Innanzitutto, l’intero bagaglio culturale
professionale guadagnato dai docenti in servizio in decenni di carriera
viene considerato inservibile rispetto alle presunte nuove finalità
dell’istruzione. Per esempio, in merito all’ambito dedicato alla
educazione digitale, il documento sostiene che l’utilizzo del mezzo
informatico sia più importante degli stessi contenuti disciplinari.
Oppure, per quanto riguarda l’area linguistica, corsi vengono intesi
quali propedeutici alla metodologia CLIL (Content and Language Integrated Learning),
una inconsistente pratica che riduce il sapere disciplinare a puro
pretesto per acquisizioni lessicali di dubbia utilità. È previsto un
asfissiante sistema di controllo: quanto appreso attraverso i corsi
dovrà essere immediatamente attuato (e tale attuazione andrà in qualche
modo verificata) nella pratica didattica quotidiana. La carriera dei
Dirigenti Scolastici, la loro possibile rimozione o sanzione, passerà
dalle loro capacità di imporre al proprio corpo docente tutte le
prescrizioni volute dal ministero. Se un Dirigente dovesse scegliere un
docente di Storia e Filosofia, o di Matematica e Fisica, sarà tenuto a
motivare la sua decisione non a partire dalle competenze disciplinari,
bensì dalle certificazioni linguistiche e informatiche, o da altre
priorità suggerite nel piano.
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