Nel comunicato dell'Accademia si legge che
l’adozione di termini ed espressioni anglicizzanti non è più occasionale, imputabile magari a ingenue velleità di “anglocosmesi”, bensì diventa programmatica, organica e assurge a modello su cui improntare la formazione dei giovani italiani.Credo che l'intervento della prestigiosa Accademia sia più che opportuno. Non si può pruomovere la cultura italiana senza valorizzare anche la lingua. Non si può dimenticare che la cultura è il motore principale dell'economia. In Italia non avremo mai occasioni per buone iniziative imprenditoriali senza sviluppo della nostra cultura umanistica e scientifica e benché oggi sia evidente il predominio della lingua inglese, soprattutto in ambito scientifico, la scuola italiana deve continuare ad insegnare in italiano se vuole conservarsi ad alti livelli di conoscenze. Costringere i ragazzi ad apprendere in una lingua diversa dalla lingua madre è possibile, ma solo abbassando il livello degli insegnamenti. Economicamente questa non sarebbe una scelta conveniente.
È infatti sufficiente scorrere il Sillabo per la scuola secondaria di secondo grado per verificare la meccanica applicazione di un sovrabbondante insieme concettuale anglicizzante, non di rado palesemente inutile, a fronte dell’italiano volutamente limitato nelle sue prerogative basilari di lingua intesa quale strumento di comunicazione e di conoscenza. Concretamente, questo pare il messaggio del Sillabo: per imparare a essere imprenditori non occorre saper lavorare in gruppo, bensì conoscere le leggi del team building, non serve progettare, ma occorre conoscere il design thinking, essere esperti in business model canvas e adottare un approccio che sappia sfruttare la open innovation, senza peraltro dimenticare di comunicare le proprie idee con adeguati pitch deck e pitch day. Più che un’educazione all’imprenditorialità, questo documento sembra promuovere un abbandono sistematico della lingua italiana e delle sue risorse nei programmi formativi delle forze imprenditoriali del futuro. Pare una sorta di contraffazione paradigmatica della cultura e del patrimonio italiano: è così che si vogliono promuovere e valorizzare le eccellenze italiane, il “Made in Italy”?