Un recente documento pubblicato dal MIUR, intitolato Sviluppo professionale e qualità della formazione in servizio,
rappresenta probabilmente la chiusura di un cerchio, come in modo
suggestivo sembra indicare un grafico, contenuto in un articolo che
intende sostenere il carattere progressista di questo testo. L’idea è
quella di costruire un’implacabile organizzazione gerarchica, il cui
compito è trasmettere alcuni principi non negoziabili, ricavati ed
elaborati da fantomatici «scienziati dell’educazione». Ciò che colpisce
del documento in oggetto è in primo luogo il linguaggio: una strategia
argomentativa con cui si vuole giustificare un quadro organizzativo
sostanzialmente distopico e panoptico, affermando all’opposto che
sarebbe la più naturale espressione di una valorizzazione della libertà
individuale del docente. Lo scopo ultimo è obbligare i docenti ad
adottare quella discussa metodologia che è la «didattica per
competenze», per cui ogni sapere non possiede valore se non nella misura
è in grado di trasformarsi in «pratiche sociali», la cui aleatorietà è
oggetto ormai di discussione da più di due decenni. Il docente è
invitato a una continua autocritica rispetto alla propria inadeguatezza a
fare proprie le metodologie proposte: «analizzare e riflettere sui
presupposti e sugli assunti sottesi al proprio agire» in presenza di una
figura esterna, il facilitatore. Non si parla più di docente ma di
«operatore»; non gli si riconosce più alcuna autonomia ma, laddove ci
sia una contrapposizione tra la propria visione della didattica e quella
del facilitatore, il docente deve mettere in discussione se stesso e
collaborare. Per concretizzare tale obiettivo, diventa necessario
obbligare i docenti a seguire tali corsi di formazione, al fine di
«destrutturare le loro sinapsi cerebrali»; è difficile trovare esempi di
retorica simili se non in contesti in cui il processo democratico è a
rischio.
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