La raffinata strategia elaborata da forze politiche reazionarie viene attuata mascherandosi da "modernità" e in tal modo incontra debolissime resistenze. L'idea di "riformare" per "andare avanti" coinvolge anche coloro che, conoscendoli, non potrebbero condividere gli obiettivi finali. Ma la consapevolezza non c'è, il mito del "progresso" riesce a nascondere ogni visione realistica del futuro e la scuola ha smarrito la visione della propria missione originaria.
La scuola come comunità educante si fonda sulle relazioni personali, si nutre di soggettività, cioè di confronto tra personalità diverse, capacità e culture individuali che riescono a creare una dinamica di scambi costruttivi. I migliori insegnanti hanno sempre ammesso di amare il proprio mestiere perché consente di continuare a crescere e a migliorarsi nel confronto con gli altri, anche con gli alunni più piccoli. Invece di promuovere tutto questo, da oltre vent'anni le riforme neo-liberiste perseguono obiettivi che hanno la pretesa dell'oggettività (unità didattiche precostituite, moduli, tecniche pedagogiche standardizzate, risultati certificabili, criteri di valutazione, competenze misurabili, ecc.).
L'oggettività, spesso illusoria, svilisce la soggettività. Ogni misurazione appiattisce l'individuo sulla dimensione che viene presa ad oggetto di misurazione. La personalità dello studente scompare dietro la maschera della performance formativa. L'addestramento si sostituisce all'educazione.
Le contestazioni del 1968 avevano percepito questi rischi e chiedevano l'abolizione delle valutazioni numeriche. Nelle scuole elementari i voti furono sostituiti da giudizi più soggettivi. Le diversità non venivano più represse. Invece le riforme più recenti (sarebbe meglio chiamarle controriforme) hanno restaurato i voti ponendoli sul piedistallo di parametri e di griglie di valutazione. La docimologia è il nuovo catechismo. L'oggettività sta diventando un sacro totem.
L'ideologia valutativa ha ripreso il pieno dominio della didattica e ora si estende dagli alunni agli stessi insegnanti che vengono sottoposti ad analoghe valutazioni. Chi oppone resistenza alle controriforme viene accusato di arroganza (il ritenersi ingiudicabile) o di conservatorismo (l'arroccamento sui privilegi corporativi). In realtà è il contrario: l'arroganza sta soprattutto nella pretesa oggettività di criteri e parametri spesso mal raffazzonati; il conservatorismo è soprattutto nella voglia di restaurare una scuola che schiaccia le personalità individuali per piegarle alle esigenze "oggettive" della produzione materiale.
L'abbandono della soggettività svilisce la scuola, la svuota della sua funzione educativa. Gli studenti sono chiamati a produrre buone performance sul modello del Talent-show, ormai imposto nei palinsesti televisivi di tutto il mondo, una cultura talmente pervasiva da apparire agli occhi dei ragazzi quasi come uno scenario naturale.
Mentre le contestazioni sessantottine mettevano in discussione l'autorità del docente e lo costringevano a guadagnarsi una autorevolezza che doveva essere riconosciuta nel confronto soggettivo con gli studenti, la scuola 'performativa' si focalizza sullo studente. Lo studente resta solo sotto i riflettori come un concorrente del Talent-show dove i giudici sono davvero ingiudicabili, la loro autorità si fonda esclusivamente sul ruolo assegnato dai padroni del Format o i loro invisibili ghost-writers. L'oggettività del piedistallo crea l'autorità apparente del giudice. Nello spettacolo ovviamente l'apparenza è tutto. La valutazione genera una competizione permanente e un permanente stato di soggezione che viene riproposto come condizione naturale evitando di riconoscervi l'ideologia hobbesiana dell'homo homini lupus.
La scuola che promuove le eccellenze è quella più svilita e ridotta a livello di Talent-show, ma questo svilimento non è percettibile dagli abituali spettatori dei numerosissimi Talent televisivi, cioè dalla generalità degli utenti dei servizi scolastici.
L'ideologia totalitaria che sta imponendo le sue controriforme mediante una serie di slogan fondati sul dogma dell'oggettività: valutazione delle prestazioni (a partire dai bimbi di 3 anni!), certificazione di competenze, promozione di eccellenze, formazione forzata a vita (long-life-learning), ecc. L'ideologia si nasconde dietro una pretesa totalmente falsa di neutralità ideologica: "lo richiede il mercato" oppure "è una necessità economica". In realtà il mercato non è un soggetto e l'economia non è una scienza esatta, a decidere tutto sono invisibili ghost-writers, cioè i lobbisti suggeritori di politici apparentemente privi di ideologia.
L'inganno della neutralità genera situazioni paradossali come quella recentemente accaduta a Mantova dove gli alunni di una scuola media sono stati invitati a partecipare al concorso "Piccola Caprera" dedicato all'amor di patria. Alcune famiglie ricevendo la notizia del premio assegnato al proprio figlio, invece di trarne soddisfazione si sono indignate vedendo che il concorso era organizzato dal Museo storico del Reggimento Volontari Giovani Fascisti dedicato ai combattenti della battaglia di Bir el Gobi. Di fronte alla comprensibile reazione dei genitori il Preside della scuola va a nascondersi dietro una pretesa di neutralità.
“Ma scusi – dice ancora il preside -, ogni volta che partecipiamo a un concorso o facciamo fare un tema ai ragazzi dobbiamo informare le famiglie? Ne facciamo tantissimi in un anno. In passato abbiamo anche partecipato a un concorso basato su disegni indetto dal Campo di concentramento di Fossoli e un altro anno a un concorso sulla Resistenza. A marzo abbiamo partecipato a un concorso sull’ecologia e ad aprile a un concorso musicale. Dovevamo dirlo alle famiglie?”.C'è chi lo chiamava cerchiobbottismo: un anno la resistenza e un anno l'amor patrio dei giovani fascisti. La dichiarazione del Preside è un esempio avvilente, rappresenta la rinuncia totale della scuola ad essere scuola. Io non credo che la partecipazione al concorso debba essere proibita sol perché mantiene nel suo nome quello di un reggimento militare fascista, non chiederei neanche lo scioglimento della fondazione creata dal comandante Fulvio Balisti che voleva perpetuare la memoria di una battaglia. La memoria non è mai da respingere. Tutto si può conservare e tutto può diventare esempio educativo. Con gli alunni di scuola media si può discutere di amor patrio purché lo si faccia spiegando bene che quel sentimento non deve mai tradursi nella voglia di sottomettere altri popoli con l'uso delle armi e della violenza e purché non si rinunci a spiegare il senso del nome assegnato al reggimento che combatteva a Bir el Gobi.
Il comandante Fulvio Balisti, che volle istituire il concorso "Piccola Caprera", non aveva avuto questo tipo di educazione ed era finito, probabilmente senza colpe, in una guerra che ai suoi occhi appariva una difesa, ma era la difesa di una colonia e con essa di tutta una cultura di sopraffazione.
Spiegando queste cose nessuna famiglia avrebbe protestato. Nessuna famiglia infatti protesta per l'organizzazione di un viaggio di istruzione in un campo di sterminio perché si presuppone che la scuola non vada a far propaganda dello sterminio. La scuola non può accompagnare gli scolari un giorno ad Auschwitz e un altro giorno al Casinò dicendo: "ecco qua, scegliete voi quel che più vi piace". Purtroppo le parole del Preside mantovano ci mettono di fronte ad una neutralità che è un vuoto morale. Sembra che non riesca a vedere la differenza tra il reggimento dei giovani fascisti e le brigate dei partigiani, o se la vede, non la ritiene degna di attenzione, non la spiega al giornalista, lascia intendere che la scuola è indifferente ai valori esistenziali e che altro non possa fare.
l’educazione non è, non deve essere neutra. E non deve “formare” persone eticamente neutre, ma critiche e capaci di distinguere il confine tra lecito e illecitoaggiungerei anche tra il giusto e l'ingiusto.
(Stefano Casarino)