29.8.19

Diritto alla formazione digitale

Il saggio di Jeremy Rifkin, "L'era dell'accesso", fu pubblicato nel 2000. Era l'inizio del terzo millennio, gli utenti della rete erano 200milioni, sembrava una cifra enorme e molti cominciavano a scoprire un nuovo sito dal nome strano, "Google", che consentiva di fare ricerche molto rapide. Si potevano comprare libri da Amazon e si potevano fare acquisti su EBay. Nello stesso anno molti cominciarono ad abbandonare la vecchia e lenta connessione col modem inserito sul cavo del telefono per passare alla più efficiente connessione ADSL.

Le nuove tecnologie elettroniche diffuse già negli anni '90 del secolo scorso avevano generato una corsa agli investimenti che si rivelò esagerata (la bolla della New Economy) ma il saggio di Rifkin riusciva a cogliere un cambiamento più profondo che andava oltre l'aspetto ludico, culturale ed economico. La diffusione delle comunicazioni con strumenti elettronici avrebbe cambiato il modo di esprimersi e di relazionarsi con gli altri, perciò l'accesso alla rete doveva essere considerato come "diritto", un diritto destinato a diventare più importante della proprietà. 


L'intero sistema capitalistico basato sul valore patrimoniale della proprietà privata era destinato al tramonto. Nel '900 il controllo delle imprese attraverso i titoli azionari aveva già soppiantato il valore delle grandi proprietà terriere, ma i mercati virtuali avevano la forza di eclissare anche l'economia della produzione industriale rendendo obsolete le fabbriche e la loro collocazione fisica. Gli scambi in rete annullavano le frontiere e non misuravano più le distanze geografiche. Lo spazio stava scomparendo, soppiantato da un cyberspazio illimitato. In Internet conta solo il tempo: la velocità nei trasferimenti di dati e i tempi di permanenza degli utenti sulla singola pagina-web.

Nel 2000 Rifkin aveva compreso l'importanza di garantire a tutti quel "diritto di accesso" che il giurista italiano Stefano Rodotà avrebbe voluto inserire nella Costituzione a rinforzo dell'art.21.
Il diritto di accesso non è soltanto il diritto di avere in casa una presa ADSL o di avere in tasca uno Smartphone, ma è soprattutto la capacità di usare le risorse della rete, perciò Rifkin pensava già nel 2000 alla riorganizzazione della scuola, con particolare attenzione alla civil education che non è nozionismo informatico (coding) bensì un percorso di orientamento che coinvolge anche l'etica del gioco. La formazione digitale è necessaria per non creare in futuro una società di fantasmi incapaci di comunicare emozioni e di provare empatia.

Nel 2001 arrivò in libreria "La galassia Internet" con cui Manuel Castells aggiornava i concetti esposti nella Galassia Gutenberg di Marshall McLuhan.

Ora gli utenti della rete sono 4 miliardi e 400 milioni. I bambini nati negli anni di trapasso al nuovo millennio sono tutti dotati di potentissimi Smartphone e sono ormai giunti alla fine del loro percorso scolastico. Alcuni sono già diplomati, altri si preparano all'esame finale, ma nessuno di loro ha avuto una minima educazione al mondo digitale.

L’Unione Europea ha definito da tempo le competenze fondamentali che ogni cittadino europeo deve avere per poter vivere la cittadinanza in modo completo:
  1. Comunicazione nella madrelingua
  2. Comunicazione nelle lingue straniere
  3. Competenza matematica e competenze di base in scienze e tecnologia
  4. Competenza digitale
  5. Imparare ad imparare
  6. Competenza sociale e civica
  7. Spirito d’iniziativa e imprenditorialità
  8. Consapevolezza ed espressione culturale 
Se potessi invitare nella mia scuola Massimo Troisi direbbe: "ricominciamo da tre". Sì, perché solo i primi tre punti dell'elenco trovano riscontro tra le discipline proposte a centinaia di liceali che incrocio quotidianamente. La competenza digitale dovrebbe essere soddisfatta da un breve corso di coding di livello elementare; l'imparare ad imparare è una formula che riecheggia continuamente senza che nessuno si sia mai chiesto come viene programmata una macchina che impara; l'educazione civica sfuma nella buona condotta e in qualche fugace conferenza sul mangiar sano e su quanto sono cattive le mafie; lo spirito di iniziativa e imprenditorialità dovrebbe formarsi nelle ore (obbligatorie) di alternanza scuola-lavoro che non prevedono nessuna autonomia degli studenti, né per la scelta dell'attività da svolgere, né per le modalità e non forniscono alcuna conoscenza del sistema economico-finanziario. L'espressione culturale? Forse la si trova nei profili Instagram elaborati clandestinamente.